Idee
Abbiamo istituito una specifica unità organizzativa regionale Antimafia. L’obiettivo è potenziare sempre di più il ruolo della Regione del Veneto nella difesa e nella promozione della legalità. In questo modo vogliamo contrastare le infiltrazioni di carattere mafioso nella nostra terra, sostenendo gli enti locali e le organizzazioni del terzo settore con uno strumento omogeneo ed efficace nei percorsi per l’accesso al riuso dei beni confiscati alla criminalità organizzata e nella gestione». Era il 14 agosto scorso quando il presidente della Regione Veneto Alberto Stefani annunciava il nuovo ente per contrastare l’avanzata della criminalità organizzata.
Senza dubbio una notizia positiva per Gianni Belloni, giornalista da sempre in prima linea sui temi della legalità. «Avrà compiti operativi, soprattutto relativi al riutilizzo dei beni confiscati da parte degli enti locali – spiega – Per me si tratta di un’ottima iniziativa. Anche perché si aggiunge all’Osservatorio del Consiglio regionale, in attività da almeno due legislature e che ritengo abbia lavorato bene finora. Anche se, secondo me, sarebbe opportuno che ci fosse al loro interno una maggiore presenza di professionisti oltre che di volontari, per quanto motivati e preparati».
Quanto alla percezione del fenomeno nel territorio e alla capacità di contrastarlo, Belloni vede un quadro in chiaroscuro. «Le inchieste degli ultimi 15 anni hanno sollevato dal torpore la società veneta: prima pareva che certi problemi non ci appartenessero, poi abbiamo visto che non era così». Alla base ci sono problemi strutturali. «I partiti non riescono più a produrre la classe politica di un tempo. E intanto negli enti locali, soprattutto in quelli più piccoli, gli amministratori si ritrovano a dover fare di tutto; per loro diventa quindi molto più difficile contrastare le cosiddette zone grigie, quegli spazi dell’industria e degli appalti dove avvengono le prime infiltrazioni mafiose».
Ma c’è un campo che per Belloni merita molta più attenzione: il lavoro. «L’offerta di manodopera a basso costo è stato un segnale molto sottovalutato nel tempo. Eppure è un fenomeno che dura da una trentina d’anni. Abbiamo avuto società e cooperative che privavano di ogni diritto i lavoratori, per poi metterli a disposizione di grandi gruppi o aziende, come pure nell’agricoltura. Una realtà scoperchiata a fine anni Novanta da note inchieste. Non è un caso che una parte cospicua (anche se non tutte) delle organizzazioni criminali sia direttamente coinvolta nel caporalato. Purtroppo si trovava terreno fertile nel modello lavorativo del Nordest, che a lungo ha puntato alla compressione dei costi del lavoro. In questo contesto, realtà come i sindacati devono riprendersi il proprio ruolo». Senza dimenticare la gestione dei servizi come i rifiuti, dopo lo scandalo della Terra dei Fuochi. «Sarebbe opportuno industrializzare e semplificare la filiera, senza delegarli a determinati intermediari».
Restano alcune domande importanti: dove sta andando la criminalità organizzata? E che direzione ha preso l’antimafia all’interno dei confini regionali? In un suo recente intervento, Belloni parla di gruppi mafiosi che si muovono più in sordina rispetto a prima, con una minore riconoscibilità delle proprie azioni. «Puntano soprattutto a intessere relazioni, affari e connessioni». L’antidoto è la messa in rete di conoscenze e competenze: «Bisogna essere sempre più presenti nel mondo della scuola e dell’università, nonché collaborare con le associazioni dei professionisti e poter incrociare dati e altro».
«La nuova unità organizzativa regionale è una risposta alla necessità di un’azione sempre più coordinata e sinergica nel contrasto della criminalità organizzata e nella costruzione di maggior consapevolezza sul valore della legalità» ha aggiunto Stefani.
Nel 2023 erano stati 307 i beni confiscati alle mafie in Veneto, nel settembre 2024 erano già 329. Di questi, secondo Libera, 230 sono già stati affidati a cooperative ed enti del Terzo settore.

Nel 2024 si sono registrati in Veneto 27.743 reati-spia dell’infiltrazione mafiosa, rendendolo la terza regione in Italia. Nel biennio 2022-2023, raggiunta la cifra record di 55.824, più 68 per cento rispetto ai due anni pre-pandemia. Sono i dati diffusi da Libera, per i quali, a livello provinciale (2023), la provincia con più reati-spia è Verona (6.040), seguita da Venezia (5.755) e Vicenza (5.498).