Idee
Quattordici anni dopo, sei nuove puntate di Blu Notte per RaiTre. Carlo Lucarelli (66 anni a fine mese, romagnolo acquisito, pronipote di Antonio Meucci) spiega la sua ricetta: «Ci sono misteri che non si perdonano, che fanno paura, rabbia o male, ma a cui non possiamo perdonare di esistere. Vogliamo sapere chi è stato, perché, come ha fatto. Ma se proprio devono restare tali, quei misteri, allora non ci possiamo perdonare di dimenticare». In tv li racconta insieme all’ex dirigente della Polizia Silio Bozzi, alla psicologa e criminologa forense Margherita Carlini e al medico legale Mirella Gherardi.
Contemporaneamente, sta completando la serie Audible scritta con Massimo Picozzi Il potere dell’inganno. Falsari, truffatori e ladri geniali. Recentemente Lucarelli è stato ospite del “Festival delle idee 2026” a Mestre, anche per sgombrare il campo sulla differenza fra informazione e letteratura: «Non posso trattare Garlasco, perché nel giornale di oggi c’era una notizia nuova, domani ce ne sarà un’altra, dopodomani saremo tornati indietro e si ricomincia da capo. Invece la vicenda, nel mio lavoro di scrittura, devo averla vista, sedimentata per un sacco di tempo e inserirla dentro il romanzo che sto raccontando. Sono proprio due stili diversi». Ma non basta, perché, insiste, «la realtà significa che per effettuare un esame del Dna ci vuole un sacco di tempo, poi arriva la professoressa Cattaneo che si prende otto mesi più altri sei mesi per la perizia. E quando la consegnerà, metà degli avvocati faranno una controperizia…».
La cronaca informa giorno per giorno, ma il “dossier” dell’autore noir mantiene un’altra consapevolezza. «La verità nella realtà non esiste. La verità assoluta, con la V maiuscola, appartiene all’al di là, al divino. La verità ha sempre un aggettivo: giudiziaria, una verità del buonsenso, la verità storica e quella politica, anche. L’unico posto in cui esiste la Verità è il romanzo giallo. Perché lì Dio sono io. Se esiste l’impronta 33 che mette in discussione tutto, nel mio giallo l’ho già cancellata. E se invece mi è scappata, chiamo Einaudi e nella prossima edizione la elimino».
Lucarelli si concentra anche sul profilo del sequestratore, magari un familiare violento con moglie e figli: «Mi è capitato di occuparmi tante volte di casi di riduzione in schiavitù, abuso, ostaggi. Anche all’interno delle famiglie. Ma perché non se ne è accorta prima? Qualcuna risponde: al primo schiaffo già ero andata via. Anzi, già avevo tirato una coltellata. Perché sono rimasta cinque anni, cominciando con la prima parolaccia e arrivando fino al punto che mi ha messo le mani al collo e quasi mi ammazza con mio figlio? Poi scatta qualcosa. Perché ci sono meccanismi dentro che non sono così semplici: vanno studiati, analizzati e basano la forza del sequestratore proprio sul fatto che non ci sono altri punti di riferimento, che indicano come si potrebbe aprire la porta di casa e uscire».
Ma c’è anche la violenza subdola, incruenta, devastante delle truffe. Come nel caso di Vanna Marchi, che teorizzava esplicitamente la “punizione” degli ingenui, incassando senza scrupoli. «Hai dato un sacco di soldi per comprare… sale? Certo, una fregatura. Ma in che situazione era la signora che ha dato così tanti soldi da rovinarsi? Era una situazione mentale, fisica, esistenziale, tutta diversa. Forse, è da qui che bisogna partire. E magari, forse, nella stessa condizione di quella signora anch’io avrei finito per pagare il sale». Una trappola che si ripete: «I truffatori sfruttano i sentimenti che abbiamo a livello quasi istintivo: il fatto di pensare di essere più furbi in generale di tutti. Poi arriva un signore come Victor Lustig e dice: “Io sono un rappresentante del governo francese, che vuol vendere la Torre Eiffel”. E tu ci credi. Ma Lustig aggiunge che potrebbe venderla ad altri. “Dammi una mazzetta e così porto avanti la tua pratica”. Una storia che ci fa ridere, però a qualcuno ha fatto male. Si gioca sempre sul fatto che ci riteniamo bravi a riconoscere le fake news, le assurdità. Tranne una, che ci piace di più e vorremmo che fosse vera».
Fa il paio con la sindrome di Stoccolma: «Finiamo dentro una condizione psicologica particolare. Quando la persona viene sequestrata, a un certo punto, si innamora del sequestratore. Casi come quello di Renato Vallanzasca, uno fra i più efferati criminali dell’epoca (oggi ricoverato in detenzione domiciliare all’Opsa, ndr). Le ragazze rapite da lui finivano per innamorarsi del Bel Renè…».