Storie
La parola e il corpo. Sono questi gli “strumenti” che Barbara Codogno – scrittrice, curatrice di mostre, giornalista – utilizza per esprimersi.
«Il mio strumento principale è la parola. Non sono una scrittrice prolifica e pubblico ogni tre-quattro anni, ma su tutto preferisco la scrittura. È la cosa che mi piace di più, “mi abita”, e ogni volta è un vero corpo a corpo: comincio a entrare in una storia e quando sono fisicamente pronta, scrivo – racconta – Devo farmi abitare dai personaggi. Una volta ho scritto un racconto lungo con protagonista una donna anziana e – giuro – fisicamente sono invecchiata e soffrivo di dolori da anziana, che non mi appartenevano. Questo modo di entrare nei personaggi mi viene da un corso di teatro dell’Actors Studio dove l’insegnante ti interrompe continuamente perché il personaggio che interpreti deve vivere nella coerenza, essere presente nella realtà, e questo è diventato un metodo per me, un vero salto evolutivo. Questo nella scrittura diventa fondamentale perché l’adesione col personaggio diventa tutt’uno. Prima “sento” con il mio corpo e poi arriva la scrittura dove c’è un continuo impasto tra il pensiero, l’azione, i flashback, intrecciati anche con una punteggiatura non canonica».
Laureata in Filosofia estetica con una tesi sul filosofo René Girard, negli anni ha continuato, anche viaggiando molto, a indagare su concetti quali il sacro, la violenza, il capro espiatorio e la mimesi, sempre raccordando tra loro arte, filosofia e antropologia, mitologia e storia delle religioni. «René Girard, il filosofo della violenza, anche attraverso l’antropologia spiega come sia una prassi per noi l’occultamento della violenza e ti insegna a riconoscerla e lo spiega con la triangolazione del desiderio: l’uomo non desidera un oggetto per il suo valore intrinseco, ma perché qualcun altro lo desidera e questo imitare il desiderio altrui trasforma inevitabilmente il modello in un rivale. Sembra sempre che il male, la violenza, sia una cosa che riguarda gli altri, che non ci appartenga. Io invece questa responsabilità la sento fortissima e per me è fondamentale perché, mi chiedo, alla fine della nostra vita che cosa lasciamo? Gli uomini possono darsi delle soluzioni, ma abbiamo tracciato nel qui e ora, nella nostra esistenza, e cosa abbiamo lasciato? Ho fatto una bella mostra, ma domani chiude e non mi identifica, ma se sono riuscita a salvare un gatto, a insegnare a mio figlio a essere gentile, a cedere il parcheggio, allora lascio un segno».
Un segno che Barbara Codogno traccia creando personaggi duri come Berto, il protagonista del suo ultimo romanzo Perseveranza, che riavvolgendo il filo della vita si mostra «un uomo cattivo, rancoroso, vanaglorioso che alla fine ti nausea. Ma perché?» e anche poi lavorando con l’arte perché «la parola diventa uno strumento per avvicinare all’arte come bellezza, ma anche quale senso profondo dell’esistere e dell’essere».
Dell’arte a Barbara interessa molto la pittura perché bistrattata: «L’arte concettuale l’ha spazzata via, ma noi abbiamo artisti come Raffaello, Donatello e tutta questa bellezza va preservata». Lavorare con l’arte contemporanea e il corpo è uno dei soggetti da lei privilegiati: «Il corpo nelle artiste donne è molto più presente che nei maschi e non a caso moltissime performer usano il corpo come fosse una pagina bianca. L’artista scrive con la carne e il sangue che sono sempre verità e io negli artisti cerco questo criterio fondamentale di verità: devono esserci carne e sangue. Penso che la verità è deflagrante e se ti confronti con la verità sei già guarito. Qual è la verità? La verità sono le nostre paure, la nostra sofferenza, la nostra codardia, ipocrisia, menzogna. La verità è la nostra finitudine: oggi non possiamo più parlare di morte, di malattia, di corpo che invecchia perché dobbiamo vivere in eterno. Abbiamo consegnato l’immagine ai filtri social: una mistificazione continua che ci allontana da quello che è un processo umano di finitudine e allontanandoci da questo continuiamo a procrastinare anche il fatto di diventare adulti, di diventare persone che lasciano un segno. Abbiamo cento anni dentro, ma fuori sembriamo adolescenti».
Si interroga sul male, ma nei suoi gesti c’è soprattutto il dono grazie anche a Lupo Bruno «mio figlio, un miracolo, un’avventura incredibile perché ho capito che l’amore devo darlo: mio figlio è un amore immenso» e poi la cura dei gatti, quelli sofferenti, che vivono per strada: «sono una gattara…» o forse un’artista della vita.
Tra le mostre da lei curate, oltre a “Sul futuro del corpo” appena conclusa alla galleria Cavour di Padova, che si interrogava su un presente e un possibile futuro sempre più smaterializzato, Barbara Codogno ama in particolare “Love and violence” (2017, galleria Cavour) che nasce come manifesto di denuncia contro la violenza sulle donne, ma che, con un importante lavoro di ricerca, si estende a tutte le forme di violenza e vuol essere un momento di riflessione sociale e culturale che suggerisca soluzione e speranza. E anche assunzione di responsabilità: con “In nome dell’uomo”, una provocazione, si chiedeva ai maschi «tu puoi sottoscrivere quella violenza?». Amore e violenza sono, infatti, il cuore della complessità della relazione che può intercorrere non solo tra uomo e donna, ma anche tra uomini e animali, tra uomini e ambiente, tra pensiero e azione: «Perché la bellezza è sempre un salto di coscienza».

Giornalista e scrittrice, scrive per le pagine culturali del Corriere del Veneto e ha pubblicato poesie, racconti e romanzi, tra cui la raccolta di poesie Metrolieder e, in ordine sparso, romanzi e racconti: Tutti figli della serva, Il dio dei topi, Racconti americani, Cosa sognano le donne, P.C.R. Per colpa ricevuta (il suo preferito, ndr), A riveder le stelle, e Perseveranza, il suo ultimo lavoro.