Storie
Forse non avrebbe nemmeno voluto essere ricordato, tanto era forte il suo desiderio di nascondimento, di consumare tutta la sua breve vita nella povertà e nella silenziosa devozione a Cristo. Parliamo di Antonio Manzoni, o Manzi, meglio noto come Antonio Pellegrino, un padovano vissuto nello stesso secolo di un altro Antonio (per tutti: il Santo), venuto a morire nel 1231 all’Arcella dalla remota terra portoghese, ma talmente radicato nella nostra città da essere universalmente noto come Antonio da Padova. Una circostanza forse fatale, ma che ha anzitutto valore propulsivo, perché si deve al predicatore francescano la grande diffusione che ebbero immediatamente in terra veneta gli ideali cristiani “delle origini” rilanciati dai Minori: povertà, umiltà, castità, rinuncia a ogni privilegio per seguire Cristo.
Non sappiamo l’anno esatto di nascita dell’altro Antonio – della famiglia dei Manzi o Manzoni – che un autorevole cronista del Trecento descrive come ricchi popolani, macellai di professione. Suo padre si chiamava Marsilio di Andrea Clarioto, sua madre Dolcemia; il nonno aveva ricoperto importanti incarichi pubblici occupandosi anche del monastero bianco di Santa Maria di Porciglia che accoglierà tra le sue monache due sorelle del nostro. I primi anni del giovane Manzoni sono contrassegnati da un evento traumatico per la città: la crudele dominazione del tiranno Ezzelino Da Romano, che la soggiogò dal 1237 al 1256. Non a caso la sua prima biografia, anonima, scritta pochi mesi dopo la sua morte, si apre evocando con toni apocalittici il clima drammatico di feroce sopraffazione che stava allora vivendo Padova: un incipit pienamente inserito nella “leggenda nera” che vide nel Da Romano l’autentica incarnazione del diavolo.
Sia stata quest’atmosfera mefitica, sia stato il diffondersi della spiritualità francescana, fatto sta che il giovanissimo Antonio decise di lasciare la famiglia e gli agi garantiti per andare “pellegrino” per il mondo. Una scelta traumatica, che provocò forti dissapori con i parenti (forse lasciò ai poveri la sua parte di patrimonio familiare?), ma che ben si inserisce nel clima francescano di rinuncia ai beni terreni per seguire “Madonna povertà”. Il Pellegrino, comunque, non aderisce a nessun ordine religioso, rimane laico e, divenuto estraneo al suo mondo, se le va lontano, senza alcuna protezione, affidandosi completamente alla Provvidenza.
Si ferma a Baucanum, un centro che il tardo biografo Sicco Polenton identifica con Bazzano nel Bolognese, e si mette al servizio di un prete anziano vivendogli poveramente accanto. Dopo tre anni riprende il pellegrinaggio; la sua regola di vita è rigorosa: preghiera, penitenza, condivisione con i poveri anche del poco ricevuto in elemosina. L’agiografia enumera le mete del suo lungo girovagare, che sono quelle classiche dei pellegrinaggi maggiori: Roma, alle tombe degli apostoli; Santiago de Compostela, sulla tomba di san Giacomo maggiore. Meno consueta la terza meta, Colonia, dove sono venerati i corpi di Orsola, anch’essa santa pellegrina, delle sue compagne e quelli dei Re Magi, esumati da sant’Elena, portati a Milano e qui divenuti bottino di guerra dell’imperatore Federico Barbarossa.
Non si sa se l’elenco dei luoghi santi visitati dal Pellegrino padovano comprenda anche la Terra Santa, fatto sta che dopo cinque anni Antonio tornò nella sua città, ma solo per essere respinto dai familiari e perfino dalle due sorelle monache a Santa Maria di Porciglia. Non lo riconobbero o non vollero farlo? La storia del giovane Manzoni si può accostare a quella di sant’Alessio, resa famosa da un poema in francese antico e da un “ritmo” marchigiano, tra le prime testimonianze di volgare. Alessio, patrizio romano, visse 17 anni mendicante a Edessa e altri 17 chiedendo l’elemosina alle porte della casa del padre che lo riconobbe solo dopo la morte. L’identità e la santità di Alessio furono svelate dal prodigioso risuonare delle campane; quelle di Antonio, morto di malattia e stenti sull’uscio del monastero di Porciglia il 30 gennaio 1267 e sepolto nel cimitero dei monaci, furono rivelate da un’autentica tempesta di miracoli presso la sua tomba: tra il 3 febbraio e il 31 marzo, sono ben 38 i prodigi registrati dal notaio Tealdo e altri undici subito dopo, quando il corpo santo era stato traslato nella chiesa del cenobio.
Guariscono prodigiosamente fratture, infezioni, lussazioni, paralisi (la maggioranza), cecità, traumi, deformità… I miracolati sono in gran parte padovani, ma accorrono anche da Verona, Vicenza, Venezia, Ferrara, Parma, Friuli; un milanese e tre “teutonici” probabilmente si trovavano già in città. Tutti documentati con rigore notarile, alla presenza di testimoni autorevoli, perché evidentemente ai monaci di Porciglia e ai governanti padovani venne subito in mente di aprire il processo di canonizzazione. Anzi, il Comune sostenne il culto come una specie di religione civica organizzando annualmente, nella data della morte del Pellegrino, un’imponente processione.
Al contrario, i vertici della Chiesa locale, in crescente contrasto con le autorità comunali, e del papato appaiono molto più cauti: la seconda metà del Duecento segna una forte contrazione delle canonizzazioni e anche i Minori non vedono con favore questa causa. Sicco Polenton scrisse che non era piaciuto al pontefice inserirlo nel catalogo dei santi perché «pensava che fosse oltremodo sufficiente che Padova avesse un solo santo di nome Antonio».
Comunque la fama del “secondo Antonio” non si spense, pur rimanendo in ambito locale: Giotto nella cappella degli Scrovegni, dipinta all’inizio del Trecento, ignorò sant’Antonio e ritrasse, in coda alla schiera dei beati, proprio Antonio Manzoni, inconfondibile nella sua tenuta da pellegrino. Lo storico Antonio Rigon, a cui si deve per buona parte la recente “riscoperta” del personaggio, scrive: «con Antonio
salirono agli altari la debolezza del ragazzo, l’insicurezza del pellegrino, la marginalità dell’escluso,
la solitudine del forestiero, l’umiliazione dello straniero, la solidarietà del povero».
Il corpo di Antonio Pellegrino è rimasto nella chiesa di Santa Maria di Porciglia fino alla sua demolizione, per fare spazio al “guasto” difensivo delle mura. Le monache lo portarono con loro nel monastero di San Pietro e poi nel nuovo cenobio in contrada Arzere (via Beato Pellegrino). Nei primi dell’Ottocento, appena giunta la conferma ufficiale della “beatificazione” di Antonio, il monastero fu coinvolto nelle soppressioni napoleoniche e la salma fu trasferita nella chiesa di Ognissanti e quindi in quella vicina dell’Immacolata (nella foto a sinistra), dove si trova tuttora.
Il beato Antonio Pellegrino è effigiato, oltreché nella cappella degli Scrovegni, da Giusto de’ Menabuoi nel polittico del battistero della Cattedrale e in due miniature di manoscritti quattrocenteschi conservati nelle biblioteche padovane.