Idee
“Lo abbiamo fatto per noia”. Sembra questa una delle ”giustificazioni” offerte dai due minorenni indagati per il caso della minicar nera, una vicenda che si è consumata all’inizio di ottobre con gravi conseguenze per almeno una delle vittime dei raid notturni, l’attore Davide Iacopini.
Un sedicenne e un diciassettenne sono stati identificati e denunciati per le aggressioni casuali, ripetute nel giro di pochi giorni e attuate con colpi sferrati dal finestrino della minicar: spinte e calci a passanti, ciclisti, persone in monopattino.
La noia e anche la ricerca di un malsano “divertimento”: “Quella notte ci siamo divertiti così…” avrebbero detto gli autori delle aggressioni della minicar davanti agli inquirenti nel corso dell’interrogatorio. Come a sottolineare la sostanziale incapacità di cogliere il peso delle azioni compiute. Un divertimento, senza pensare alle conseguenze.
Verrebbe da commentare con durezza le azioni dei due minorenni, puntando il dito sulla gravità della situazione, sulla leggerezza criminale. Nello stesso tempo è inevitabile una riflessione “empatica”, che porti a comprendere – certo non a giustificare – situazioni come queste riferite dalla cronaca che spesso si ripetono seppure in modalità non uguali e vedono protagonisti giovanissimi che compiono atti gravi e densi si conseguenze senza apparente consapevolezza.
Tra i commenti riportati dai media, in una intervista alla Nazione è la procuratrice dei minorenni a Firenze, Roberta Pieri, a sollevare una serie di questioni su cui soffermarsi. La prima: “Non esistono ragazzi sbagliati, ma adulti che hanno smesso di credere in loro”. In sostanza la procuratrice punta il dito sulla relazione con gli adulti, famiglie in primis e società tutta compresa. “Credo nella rieducazione – afferma –, ma va rivoluzionata la mentalità degli adulti affinché ascoltino di più i ragazzi. Posso capire chi non ha una famiglia, ma se il male lo fa chi ce l’ha, beh, è anche colpa della famiglia stessa e di una società violenta in cui conta solo l’apparenza”.
Pieri rincara la dose, cercando un denominatore comune tra tutti i casi che affronta quotidianamente: “Quel che unisce tutti è il disagio, la fragilità. Oggi bisogna essere tutti bravi e perfetti, anche gli adulti, figuriamoci i ragazzi. Viviamo in una società in cui siamo anestetizzati alla violenza. E l’uso del web è un detonatore” . E affonda: “Andrebbe introdotta a scuola l’educazione socio affettiva, l’educare all’empatia. Sono cresciute le violenze perché non c’è il rispecchiarsi nell’altro”.
Questo è davvero un problema, che va ben oltre i casi di cronaca e accenna quella che si potrebbe definire una rivoluzione antropologica in corso: abbiamo imparato da sempre che la persona umana è soggetto di relazioni, ma oggi è davvero così? O piuttosto la stiamo trasformando in una monade chiusa su se stessa, con conseguente incapacità di cogliere l’altro? Di mettersi, appunto, in relazione?
Famiglia e scuola sono le prime realtà dove si impara, si sperimenta la relazione, il rapporto con gli altri simili e l’incontro/scontro con la diversità (senza dimenticare le altre agenzie educative come la Chiesa, le associazioni e tanto altro). Troviamo pure tutte le attenuanti possibili – ad esempio: genitori sempre più soli nel compito di crescere i figli, affaticati dal lavoro, intontiti essi stessi dagli smartphone; scuole sempre in affanno di fronte a cambiamenti rapidissimi e risorse non all’altezza – ma qualcosa andrà pur fatta.
L’emergenza educativa è proprio questo: la necessità di rendersi conto di ciò che occorre davvero o, per dirla ancora con le parole della procuratrice Pieri:, l’urgenza di comprendere “quel che manca a casa, a scuola, nella vita”.