Idee
I problemi del settore agroalimentare che si riflettono sulla vita delle famiglie sono spesso al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica, della politica e dell’economia.
Ci si riferisce a prodotti di qualità di origine italiana e, anche se non sempre con pari cura, si parla di coloro che nei campi e negli allevamenti contribuiscono con il “lavoro immigrato” al raggiungimento di obiettivi prestigiosi.
Di loro si parla e si scrive soprattutto quando si scopre e si denuncia il loro sfruttamento da parte di una criminalità organizzata, qual è il caporalato, non conosce confini interni e dal Sud si è spinto al Nord. Una recentissima ricerca della Caritas di Alba, “L’altra vendemmia”, documenta che nelle Langhe sono oltre seimila i lavoratori senza tutele reclutati in finte cooperative a cui è affidata la raccolta dell’uva.
Il “Made in Italy” in agricoltura ha quindi anche un risvolto negativo che non mette in discussione l’immagine complessiva di questo comparto ma pone qualche domanda.
Alcuni dati fanno infatti riflettere.
Nel comparto agricolo italiano i lavoratori immigrati nel 2025 arrivavano a 430.000 unità con un’incidenza sul totale pari al 42% mentre nell’industria alimentare risultano poco meno di 100.000 pari al 18,82%.
I dati vengono dal rapporto nazionale “Made in Immigratily” 2026 commissionato dalla Fai (Federazione agricola alimentare ambientale italiana) – Cisl dedicato all’apporto dei lavoratori e delle lavoratrici di origine straniera nel settore agroalimentare italiano.
In altri Paesi europei la situazione non è diversa: se improvvisamente la forza lavoro immigrata incrociasse le braccia o venisse respinta le economie nazionali e quella comunitaria subirebbero gravi contraccolpi. A questo rischio non si pensa molto perché è la sicurezza il tema che tiene banco anche nei discorsi politici.
La realtà dice anche che questi lavoratori e queste lavoratici hanno legami familiari e sociali che portano a considerazioni che pur senza ignorarlo vanno oltre il dato economico.
Si tratta di aspetti umani che non emergono dalla cronaca e ancor meno dal dibattito politico sempre così pronto a cavalcare le paure, le diffidenze e i distinguo tra buoni e cattivi.
Si vorrebbe un’immigrazione senza “effetti collaterali”, un’immigrazione asettica che non contagi la popolazione residente. Si vorrebbe un’immigrazione da controllare ma non uomini e donne da conoscere, da capire, da includere.
Si vuole, giustamente, che l’immigrato rispetti regole e leggi del Paese dove è arrivato, ma in questo stesso Paese l’immigrato vede rispettata la sua dignità e i suoi diritti?
L’essere fieri del “Made in Italy”, non solo agro-alimentare, non esonera da questa domanda.