Idee
Dieci anni fa, il 24 ottobre 2016, le ruspe entravano nella Jungle. La baraccopoli di Calais era cresciuta fino a diventare la più grande d’Europa: migliaia di persone tra fango e teli, su una vecchia discarica. La Francia promise che non ne sarebbe nata un’altra. Ha mantenuto la promessa alla lettera: oggi di Jungle ce ne sono decine, piccole, sparse tra Calais e Dunkerque, smontate dalla Polizia e rimontate in poche ore. Nella scorsa primavera, nel solo campo cresciuto tra l’ospedale e l’autostrada, vivevano più di mille persone. Calais è il punto in cui la Francia guarda l’Inghilterra: trenta chilometri di mare, nel tratto più stretto. Questa costa è la sala d’attesa del Regno Unito. Chi vuole arrivarci si ferma qui, e aspetta. Un tempo si tentava nascosti nei camion. Oggi, con porto e autostrade blindati, si parte sui barchini, spinti dalla sorveglianza verso rotte più lunghe e più pericolose. C’è chi arriva anche a oltre dieci tentativi prima di farcela.
Nel 2025 più di 41 mila persone hanno attraversato comunque la Manica. E sempre più spesso qui arrivano e ci vivono donne e bambini. Per loro lavora il Refugee Women’s Centre, associazione femminista: lo scorso anno ha incontrato 6.137 migranti, quasi il doppio dell’anno prima. Tra le volontarie, per la seconda volta, c’è Francesca Pieretti, 27 anni, di Battaglia Terme, un percorso di studi in cooperazione internazionale. Ha scelto questa associazione perché mette le donne al primo posto. E chiede di non raccontare la pietà, ma l’indifferenza.
Gli aiuti
Le donne che Francesca Pieretti incontra sono soprattutto somale, eritree, della Sierra Leone. Molte viaggiano sole, con quattro, cinque figli. Hanno passato anni in Europa: le somale parlano tedesco perché sono rimaste in Germania finché la richiesta di asilo è stata respinta. Del viaggio non raccontano nulla. «E noi non chiediamo, non siamo lì per questo». Tre volte a settimana il Refugee Women’s Centre apre il suo centro diurno, negli altri giorni le volontarie girano i campi con tende, sacchi a pelo e coperte. Fuori dal centro si forma la fila, ma solo 35 persone possono entrare. Dentro ci sono vestiti, biancheria nuova, pannolini, latte. Gli assorbenti? «Ne diamo cinque per donna, che forse bastano un giorno». Le salviette umidificate, la cosa più richiesta per lavarsi senza un bagno, nessuno le dona e vanno solo alle madri con bambini sotto i due anni.
Poi c’è la traversata. Le volontarie consegnano marsupi per legarsi addosso i figli. «Magari hai dato il tuo bambino a qualcun altro perché lo mettesse sulla barca. Mentre sali tu, arriva la Polizia, la barca parte e tu resti giù vedendo tuo figlio partire solo». E c’è la notte, quando una donna ha più paura. «L’unica cosa che possiamo fare è trovarle un alloggio, ma è temporaneo». Lo Stato i suoi rifugi li ha, puliti e con l’acqua calda. Ma ci si entra solo salendo sui bus della Polizia dopo uno sgombero, senza sapere dove si va, a un’ora e mezza di strada, per due settimane al massimo. Chi ci arriva a piedi resta fuori.
Rendere la vita impossibile ai migranti
Francesca non vuole che ci si fermi qui. «Il vero problema è la disumanità di chi finge di non vedere». A Calais la si incontra passeggiando: massi bianchi enormi in ogni aiuola, perché nessuno pianti una tenda. Durante gli sgomberi le ruspe scavano i prati a scacchiera, una buca e un pezzo di terra, così la tenda non sta in piedi. «Sembra una battaglia navale. Ci sono persone che fanno questo di lavoro: studiare come rendere la vita impossibile ai migranti».
Questa macchina ha un prezzo. Ad aprile, Londra e Parigi hanno firmato un accordo da 662 milioni di sterline in tre anni per droni, elicotteri e oltre mille uomini in divisa. Gli sgomberi arrivano ogni 48 ore, quasi sempre all’alba. La Polizia porta via tende, coperte, telefoni, farmaci, documenti. «Io uso il termine rubare – dice Francesca – In un’azione la Polizia ha spruzzato spray al peperoncino su due madri somale e i loro cinque bambini, poi ha portato via i passeggini».
A inizio ottobre gli sgomberi si erano fermati, per un’epidemia di difterite: «Era solo conveniente che non si diffondesse in città, non certo per salvaguardare i migranti». E attorno, la città vive. «La cosa più scioccante è come la vita scorra normalmente. Residenti e turisti vanno in spiaggia accanto alle persone in evidente difficoltà che camminano verso le dune per avvicinarsi alle barche in partenza». Eppure Calais riesce a fingere di non vedere. L’amministrazione insabbia, perché la città vuole mostrarsi turistica. E le famiglie che aiutano e accolgono si contano su due mani.
Chi ha smesso di credere nelle istituzioni
A fine settembre, al largo di Wissant, in mare si sono persi un bambino di dieci anni e due donne. Il 5 ottobre altri due morti. «La scorsa settimana i morti sono stati otto», dice Francesca sottovoce. E se le ong se ne andassero domani? «Non succederebbe nulla. Le condizioni peggiorerebbero, ma i migranti continuerebbero nella loro rotta». Il problema, per Francesca, sta a monte: nei confini, nell’ingiustizia di dove sei nato. Chi è disposto ad accettare la morte non viene fermato dai massi nelle aiuole, dagli sgomberi e dal fatto che gli viene portato via tutto.
All’Europa, Francesca Pieretti non ha appelli da rivolgere: «Non saprei cosa dire ai politici, dato che non ascolterebbero». È la rabbia di una generazione che ha smesso di credere nelle istituzioni. «Sento che anche noi giovani siamo stati lasciati indietro, come i migranti, come tanti altri». Eppure lei è tornata a Calais, perché nessuno resti indietro. E lascia un’idea. Che forse saranno proprio le persone che oggi attraversano il Mediterraneo e la Manica a togliere di dosso agli europei la superiorità che credono di avere. «Magari quella che chiamano invasione sarà invece la salvezza».
Associazione femminista attiva da dieci anni, Refugee Women’s Centre sostiene le donne e le famiglie che vivono nei campi informali di Calais e Dunkerque in Francia e nei centri di accoglienza della zona. Crea spazi sicuri, distribuisce vestiti, prodotti per l’igiene e biancheria, organizza laboratori, attività di benessere e scambi linguistici, accompagna le donne verso cure mediche e altri servizi e si batte per il loro diritto a un alloggio. Tutte le informazioni si trovano sul sito refugeewomenscentre.com