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(da Assisi) “Siamo qui perché crediamo nel sogno che il mondo possa cambiare”. Il “grido dei giovani delle piazze” è arrivato anche qui, ad Assisi, dove è in corso l’Incontro internazionale dei leader religiosi per la pace. Ad accoglierlo e a viverlo sulla loro stessa pelle sono i “Giovani per la pace” della Comunità di Sant’Egidio. Si sono dati appuntamento a uno dei tanti luoghi di incontro e dibattito. Al Forum numero 8 dove hanno scelto di parlare e confrontarsi sul tema “Un mondo da cambiare”. Non sono ingenui. I problemi li conoscono. Alcuni ne sono stati diretti testimoni. Parlano quindi di “cambiare un mondo segnato da guerre, conflitti, crisi climatiche, sociali e sanitarie, che ci mostrano quanto il mondo sia vulnerabile e quanto sia delicato il suo equilibrio”. Ma allo stesso tempo riecheggiano ancora le parole di Papa Francesco: “Il mondo può cambiare soltanto se i giovani si mettono in cammino”.
“Sì, il mondo può cambiare”, dice Anna De Marchi dei Giovani per la pace Italia. “Spesso veniamo definiti indifferenti, disinteressati, pessimisti o fannulloni, ma oggi non possiamo più trattenere il nostro grido”. E aggiunge: “Distanza, disapprovazione, disgusto. È una reazione di protesta di fronte all’impotenza generale: di fronte a eventi tragici che si susseguono costantemente, ci sentiamo sopraffatti da un catastrofismo dilagante – alimentato anzitutto dalla stessa politica – che diffonde rassegnazione e cinismo tossico, descrivendo il mondo come un posto invivibile in cui però nulla può cambiare”. È una logica che non piace ai giovani della Sant’Egidio. “È una narrazione che non accettiamo e contro cui vogliamo resistere”.
I “giovani di Assisi” sono molto chiari e decisi su quello che non comprendono. Non piace, per esempio, una società che propone schemi culturali che dipingono “l’altro come un pericolo e come qualcuno da sopraffare”. Non piace “una cultura frutto di una logica competitiva che divide la società in perdenti e vincenti o la popola addirittura di nemici”. E rilanciano la posta. Chiedono una scuola e una università che “devono tornare a essere ‘cantiere vero’ e spazio in cui sperimentare una comunità, dove la cultura costruisce ‘cittadinanza e non solitudine’”.
Ma come emergere? Come farsi sentire? Come farsi vedere? Servono impegno e audacia. Perché – dicono i giovani – “la speranza vera non nasce nelle aule distanti della politica che vara nuovi decreti o nella violenza che illude di poter cambiare le cose mentre in realtà sta solo moltiplicando ferite e isolamento, ma nel gesto concreto e rivoluzionario di chi si china sull’altro per aiutarlo a rialzarsi”.
“Non siamo tra quelli che dicono ‘non ci interessa’. Anzi, ci interessa e ci interessa molto. Qui e ora. Insieme. Il futuro si costruisce a partire dagli ultimi”.
Sono storie di cambiamento possibile quelle che i giovani hanno ascoltato. Come quella straordinaria di Koko Kondo, una hibakusha, una sopravvissuta al bombardamento atomico di Hiroshima del 6 agosto 1945. Oggi ha 81 anni e aveva solo otto mesi quando la bomba atomica fu sganciata a circa un chilometro di distanza dalla sua abitazione. Ai giovani non ha nascosto il sentimento di vendetta che ha provato. Ma ha raccontato anche dell’incontro nel corso di un programma televisivo negli Stati Uniti con il co-pilota dell’Enola Gay (l’aereo che sganciò la bomba). “Dopo aver sganciato la bomba, l’aereo si allontanò. In seguito, però, ricevettero l’ordine di tornare indietro per verificare se il lancio fosse riuscito. Fu allora che vide tutta la distruzione. Hiroshima era scomparsa. E il co-pilota disse: ‘Mio Dio, che cosa ho fatto?’”. “Ho visto le lacrime sul suo volto”, ha raccontato Koko Kondo.
“Ho visto che era un essere umano come me. Mi sono avvicinata e gli ho sfiorato la mano. Ho capito che non devo odiare gli esseri umani: devo odiare la guerra”.
A tirare le fila del discorso è Antonello Pasini, fisico del clima del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche). “Siamo in un sistema complesso, ma continuiamo ad agire come se vivessimo in un mondo semplice, come se la catena di causa ed effetto delle nostre decisioni finisse con noi, senza considerare invece le conseguenze che le nostre azioni hanno sugli altri e sul futuro”. Questo vale per le guerre: “si cominciano perché si crede di poter risolvere i problemi. In realtà, innescano meccanismi perversi, che generano nuove sofferenze e nuovi conflitti”. Vale anche per la questione dei flussi migratori: “si costruiscono muri perché crediamo di risolvere un problema, senza considerare che le conseguenze delle nostre scelte possono ricadere su tutti noi”. Pasini lancia l’idea di creare “un’alleanza tra scienziati del clima e giovani”. “Abbiamo qualcosa di importante in comune”, dice. “Entrambi abbiamo lo sguardo rivolto al futuro. I giovani perché hanno davanti a sé tutta la vita; gli scienziati, soprattutto quelli che studiano il clima, perché sono abituati a ragionare su orizzonti temporali molto ampi”.
“Da questa visione comune può nascere una grande alleanza, uniti dalla capacità di guardare oltre il presente e di immaginare un futuro diverso”.