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(da Assisi) In un’Italia che brucia nelle piazze, in un’Europa afflitta da una guerra che sembra non trovare fine, in un mondo dove la terza guerra mondiale a pezzi si sta pericolosamente allargando provocando dolore e vittime, il popolo della pace si è dato appuntamento ad Assisi ed ha riempito il padiglione 9 della UmbriaFiera per dare il via ieri sera all’Incontro internazionale “Pace disarmata e disarmante” promosso dalla Comunità di Sant’Egidio. Imam, rabbini, vescovi, cardinali. Monaci e monache delle diverse tradizioni delle religioni orientali. Ma anche Africa e America del Nord e del Sud. Oltre 380 capi delle Chiese e leader religiosi hanno accettato di ritrovarsi qui per pregare per la pace e riflettere sulle grandi sfide che attraversano questo tempo. Hanno scelto Assisi, la città di Francesco nell’800° anniversario della sua morte e la città dove 40 anni fa, San Giovanni Paolo II convocò per la prima volta i leader delle grandi religioni, uno a fianco dell’altro, per un Incontro di amicizia e preghiera.
Era il 27 ottobre 1986. Si trovarono insieme per “dare testimonianza alla pace e alla fraternità, per ribadire che non si può uccidere, non si può sfruttare, non si può sottomettere il nome di Dio. Quello di Assisi fu un evento profetico”. E’ il presidente della Repubblica Sergio Matterella a ricordarlo in un messaggio che è stato letto in apertura della Assemblea di Inaugurazione. La Comunità di Sant’Egidio, per 40 anni, ogni anno, ha preso in mano questa eredità e ha portato lo “spirito di Assisi” in diverse città italiane ed europee, facendosi anche tessitore di pace nel mondo e in contesti di guerra. “Siamo riconoscenti per questo prezioso impegno”, scrive il presidente Mattarella, sottolineando quanto la forza delle religioni sia “importante”. “L’inerzia è ingiustificabile”. “Gettare i semi della pace, sconfiggere i pregiudizi, ricostruire il diritto, equità, libertà dove sono stati calpestati è opera che, certamente, riguarda i governi e le istituzioni, ma nessuno è dispensato dal compiere la propria parte”.
Nessuno deve sottrarsi dall’impegno di “esercitare la propria responsabilità, per rendere possibili tratti di un mondo in pace”.
La forza del popolo della pace paradossalmente emerge laddove è più minacciata come in Sudan dove uomini, donne e addirittura bambini vengono presi di mira in base all’etnia, al colore della pelle, all’appartenenza politica, con conseguenti estorsioni, stupri e sparizioni forzate. A dare voce a questo “tratto” di umanità è stata Hala Alkarib che lavora per un’organizzazione che opera in tutto il Grande Corno d’Africa con donne e ragazze in situazioni di conflitto e post-conflitto. “Vi ringrazio ancora per avermi invitato a parlare del Sudan. Le vostre voci, le vostre preghiere e la vostra solidarietà sono fondamentali”.
40 anni sono passati e gli scenari internazionali sono profondamente cambiati. Nel 1986, ha detto nel suo intervento Andrea Riccardi, era il tempo della guerra fredda, il mondo era diviso in due. Si temeva addirittura lo scoppio di un conflitto anche atomico. “Eppure – osserva Riccardi – era un periodo in cui la pace era ancora al centro delle politiche. Oggi, purtroppo la pace, come idea ispiratrice, sembra sparita dall’orizzonte, mentre si afferma sempre più che la guerra è la compagna naturale della storia umana”. Riccardi invoca il ruolo delle religioni. “Gli uomini e le donne di religione non hanno a disposizione grandi risorse economiche o la forza delle armi. Sono disarmati. Lo sono in particolare di fronte alle “nuove potenze” di questo mondo, al potere della tecnologia o di coercizione sui popoli. Ma disarmati non significa rassegnati al dominio della violenza e al potere dell’odio e dei conflitti”.
Significa disarmare con il dialogo “il linguaggio, se bellicoso e minaccioso”. Significa anche implorare con la preghiera “quella pace, che gli uomini non sanno darsi”. “Sì, i credenti possono disarmare!”.
Da poco tornato da due delicatissime missioni umanitarie prima in Ucraina e poi in Russia, il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, tratteggia un quadro complesso. “Stiamo vivendo una preoccupante stagione in cui prevale il vortice che fa credere indispensabile riamarsi e produce sempre nuovo riarmo. Armati e armanti”. Preoccupa anche una diffusa “rozza e ignorante cultura della potenza” a discapito purtroppo delle organizzazioni internazionali che senza un’adeguata riforma e un rilancio convinto non possono corrispondere “pienamente all’ampiezza e all’elevatezza della missione universale di pace”.
Non tutto però è avvolto nell’oscurità. “Di fronte a un mare di dolore, di lacrime, che fa piangere e lascia sgomenti – ha osservato Zuppi –, non possiamo restare neutrali, ma scegliamo con sempre rinnovata convinzione e intelligenza la parte della pace. Ecco perché questa celebrazione è importante:
Gli fa eco il Venerabilissimo Gijun Sugitani, Sommo Sacerdote del buddismo Tendai. “Il nostro raduno qui oggi, non è affatto scontato”, ha detto. “Quell’evento avrebbe potuto passare senza conseguenze. Il nostro cammino condiviso avrebbe potuto terminare in qualsiasi momento. La rete di impegno comune e di amicizia fraterna che ci unisce avrebbe potuto dissolversi. Eppure, ciò non è accaduto. E il nostro ritrovarci ancora una volta qui ad Assisi ci dà la forza di proseguire su questa strada con rinnovato impegno — in Oriente come in Occidente”.