Idee | Pensiero Libero
Ci sono numeri che non possono lasciare indifferenti, cifre che bucano la superficie distratta delle nostre agende quotidiane per interpellare direttamente la nostra coscienza di cristiani e di cittadini. L’ultimo rapporto della Fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre, intitolato significativamente Perseguitati e dimenticati?, getta una luce cruda e dolorosa su una delle più grandi, eppure taciute, tragedie umanitarie del nostro tempo. Oltre 413 milioni di cristiani nel mondo vivono oggi in terre dove la libertà di professare la propria fede è calpestata, limitata o apertamente negata. Tra questi, ben 220 milioni si trovano esposti a pericoli quotidiani di violenze, discriminazioni e persecuzioni sistematiche. Significa che un cristiano su sette, a livello globale, sperimenta sulla propria pelle il costo di una fedeltà al Vangelo che noi, nelle nostre comunità occidentali e padovane, diamo troppo spesso per scontata.
Leggendo le pagine del rapporto, emerge una mappa del dolore che si estende dall’Africa subsahariana alle propaggini dell’Asia, passando per le ferite mai rimarginate del Medio Oriente e le derive autoritarie dell’America Latina. In più della metà dei Paesi esaminati la situazione è peggiorata nell’ultimo biennio. Non ci sono segnali di inversione di tendenza, non ci sono oasi di sollievo. C’è, al contrario, un’avanzata silenziosa e brutale di nazionalismi religiosi, fondamentalismi jihadisti e oppressioni di Stato che tentano di sradicare la presenza cristiana da territori che l’hanno custodita per secoli. Pensiamo alla drammatica realtà dell’Africa subsahariana, divenuta ormai uno degli epicentri di questo martirio contemporaneo. In Paesi come il Burkina Faso, il Mali o il Mozambico, la violenza dei gruppi armati si traduce in villaggi bruciati, chiese distrutte, rapimenti e uccisioni mirate. Ma la persecuzione non cammina solo con le armi dei terroristi. Spesso indossa l’abito burocratico della legge o della repressione statale, come accade in Nicaragua, dove la Chiesa cattolica subisce espulsioni di religiosi, chiusure di media e limitazioni persino all’ingresso di semplici Bibbie. O in Iran e in India, dove l’inasprimento dei controlli e l’applicazione distorta delle norme anti-conversione rendono la vita quotidiana dei fedeli un costante esercizio di sopravvivenza clandestina.
Davanti a questo scenario, la tentazione più forte per le nostre comunità parrocchiali è quella della delega o, peggio, dell’assuefazione. Tendiamo a considerare queste notizie come cronache distanti, drammi geopolitici che scuotono terre lontane ma che non toccano il perimetro delle nostre parrocchie, delle nostre zone pastorali, del nostro Nordest laborioso e spesso ripiegato su se stesso. C’è il rischio concreto di soffrire di una forma di miopia spirituale, che ci fa piangere per le nostre piccole fatiche comunitarie – il calo delle vocazioni, le chiese meno piene, le fatiche burocratiche – dimenticando che altrove si muore semplicemente per aver tenuto in mano un Rosario o aver partecipato a una liturgia domenicale.
La provocazione che ci giunge dai nostri fratelli perseguitati è duplice. Da un lato, c’è un appello urgente alla solidarietà e alla preghiera. Non una preghiera formale, distaccata, ma una memoria viva che entri nelle nostre intenzioni. Dall’altro lato, questi testimoni della fede ci costringono a interrogarci sulla qualità del nostro cristianesimo. In un Occidente stanco, dove la fede rischia di ridursi a pura tradizione culturale o a un’abitudine sociale in via di dissolvimento, la testimonianza di chi rischia i lavori forzati in Corea del Nord o il matrimonio forzato in Pakistan per non rinnegare Cristo è uno schiaffo salutare. Rompere il muro dell’indifferenza internazionale, denunciata dal rapporto, comincia dalle nostre scelte quotidiane, dalla nostra capacità di informarci e di formare le coscienze alla libertà religiosa come diritto fondamentale di ogni essere umano. Ricordare i cristiani oppressi non è un esercizio di parte, ma la difesa della dignità umana ovunque essa sia calpestata.