Fatti
Dieci anni fa l’Italia agroalimentare faceva un passo in avanti importante dotandosi di una legge contro il caporalato e per la tutela dei lavoratori agricoli. Dieci anni dopo la Legge 199, si è certamente fatto molto ma il caporalato esiste ancora e gli episodi di vessazione e sfruttamento si moltiplicano da sud a nord della Penisola. Tutto mentre ci si rende sempre più conto del valore non solo della produzione agroalimentare italiana nel mondo, ma di quanto questa debba proprio alle “mani straniere” che lavorano nei campi. E non solo, proprio contemporaneamente al decennio della legge, l’Unione europea ha scelto di separare l’attenzione agli aspetti sociali della produzione dal meccanismo di erogazione degli aiuti.
Caporalato, dunque, che continua ad imperversare nelle campagne sotto varie forme. Non più solo l’azione di singoli oppure di organizzazioni nell’ombra che, in barba ad ogni regola, reclutano manodopera (quasi sempre straniera) e la offrono con remunerazioni da fame ad imprenditori senza scrupoli; ma anche l’azione di società di servizi oppure di cooperative, che nascono e muoiono nel giro di una stagione, che reclutano donne e uomini e li costringono a contratti vessatori. Perché, a ben vedere, sempre di più il caporalato si esprime non solo con modalità “classiche”, ma anche con accordi apparentemente in regola che nascono clausole capestro per i lavoratori, ricatti e vessazioni oltre che condizioni di alloggio e vitto spesso inaccettabili. Certo, non mancano – e anzi sono numerosi e in crescita – esempi importanti di impresa che della lotta al caporalato e della difesa dei diritti dei lavoratori agricoli hanno fatto bandiera. Ma questi esempi non possono nascondere i casi in cui si va nella direzione opposta.
Cammino ancora lungo, quindi, per la difesa e la valorizzazione dei diritti di chi lavora nei campi. Cammino che, adesso, potrebbe essere reso più complesso da una scelta dell’Unione europea: cancellare la cosiddetta “condizionalità sociale” dalla nuova politica agricola comune, slegando la possibilità di ottenere i fondi agricoli dal rispetto di norme relative alle condizioni di lavoro e di impiego dei lavoratori agricoli, inclusa la salute e la sicurezza sul lavoro. Un “pericoloso passo indietro”, ha subito detto Coldiretti, che però tenta molti (anche in ambito agricolo) per la semplificazione delle procedure che porterebbe e per la possibilità di avere aiuti economici certamente più facile. Un punto, quello della “condizionalità sociale” degli aiuti al comparto che certamente deve essere rivisto, ma che davvero rischia, se abolito, di aprire la strada a situazioni non certo attente al benessere dei lavoratori.
Da qui, proprio in questi giorni la mobilitazione dei coltivatori insieme a Cgil, Cisl, Uil. Con un ulteriore aspetto che soprattutto le organizzazioni sindacali fanno notare. “A dieci anni dall’approvazione della legge 199, dobbiamo apprezzarne i risultati sul lato repressivo ma riconoscere che sul lato preventivo resta ancora molto da fare”, ha per esempio sottolineato Fai Cisl aggiungendo: “Quella norma era necessaria ma non sufficiente, e oggi gli interventi da mettere in campo per riconoscere dignità al lavoro agricolo riguardano ancora diversi fronti: lavoro regolare, abitazioni dignitose, trasporti sicuri, servizi accessibili, una politica migratoria capace di coniugare accoglienza, legalità e mercato del lavoro”. Detto in altro modo: “Se manca uno di questi elementi, rischiamo di riconsegnare il lavoratore alla dipendenza del caporale”.
Così, se dieci anni fa è stato compiuto davvero un importante passo in avanti per rendere ancora più “di qualità” il buon agroalimentare italiano, adesso è necessario non solo tenersi stretti i risultati raggiunti, ma anche insistere per aggiungerne altri.