Fatti
Sia detto in premessa: quel che viene detto all’inizio del percorso di una legge di bilancio, non sempre (anzi) viene confermato alla fine. Le coperture, gli emendamenti, i no dell’Europa, la necessità di regole attuative, le perplessità su come realizzare questo o quello…
Ma vabbè, vedremo per fine anno il risultato finale. Spicca, tra le tante cose messe sul piatto dal governo, l’ennesima mancia data al capitolo-previdenza, più precisamente alla possibilità di andare prima in pensione. Dev’essere un tema carissimo all’uomo occidentale, visto che in Francia i governi che tentano di alzare l’età pensionabile saltano come noccioline.
Per carità, la cifra (850 milioni di euro) non è enorme in sé: si vorrebbe aiutare chi ha versato contributi ante-1996 ad accedere alla pensione anticipata a 64 anni piuttosto che a 67. Cosa attualmente possibile solo per chi ha iniziato a versare contributi dopo il 1996. La spiegazione è semplice: questo tipo di pensione anticipata prevede il calcolo della stessa col sistema contributivo (in vigore dal 1996), mentre per gli anni precedenti vige il più generoso sistema retributivo.
Insomma, si va prima a pesca di trote, ma sacrificando un po’ l’assegno pensionistico. Se qualcuno accetta lo scambio, l’eventuale buco che si crea nei conti Inps lo coprirebbe appunto lo Stato.
Il fatto in sé stona con due temi: anzitutto la sostenibilità di un sistema pensionistico che era stato messo in parziale sicurezza dalla riforma Fornero, ma poi aggredito da quelle forze politiche che la riforma Fornero la vedono come fumo negli occhi. E negli anni scorsi hanno adottato provvedimenti legislativi – quote varie, anticipi pensionistici, dilazione dell’adeguamento dell’età pensionabile alle aspettative di vita – che stanno pesando per svariati miliardi di euro sui conti dell’Inps e, in definitiva, della collettività.
Insomma un calcolo elettorale che non si sposa proprio con il bene comune e la tutela delle prossime generazioni. E qui sta il secondo punto, tutto politico. Ma possibile che l’attenzione della politica italiana sia vivamente incentrata su pensionandi-pensionati, e poco o nulla sui minori e sui giovani? Perché saranno loro, domani, a pagare sia i debiti ereditati, sia i colossali buchi che lasceremo nel nostro welfare.
I nonni saranno andati in pensione a 55-60 anni, i genitori a 62-67, loro molto dopo i 70 anni, con assegni da consigliare di preparare la gamella per la mensa della San Vincenzo.
Sia detto in chiusura: la riforma Fornero prevedeva di mettere in equilibrio il sistema pensionistico con determinate proiezioni di aspettative di vita e di natalità. Le prime stanno mantenendo tutte le premesse, mentre la natalità dal 2011 ad oggi si è iscritta nel registro dei “termini in via di estinzione”.