Idee
Quando cerchiamo una direzione o un nuovo inizio l’istinto è sempre quello: alzare gli occhi. Per don Alessandro Omizzolo è il “pane quotidiano”. Sacerdote padovano e astronomo della Specola Vaticana, divide le sue giornate tra l’altare e lo studio delle profondità del cosmo, tra la cura pastorale nelle parrocchie di Cave e Chiesanuova e l’analisi dei dati che arrivano dai confini dell’universo conosciuto. In questo primo scampolo del 2026, mentre il mondo sembra correre troppo veloce e spesso senza meta, il suo doppio osservatorio – di scienza e di fede – offre una prospettiva privilegiata per ripartire. Lo abbiamo interpellato per capire cosa significhi, oggi, «riconoscere le meraviglie del Creato» e come lo stupore scientifico possa diventare una chiave di lettura per il nuovo anno.
Don Alessandro, partiamo dal suo lavoro scientifico. Dov’è puntato il suo sguardo in questi giorni? «In questo periodo sto lavorando sui dati che arrivano dal James Webb Space Telescope. È uno strumento che è lassù ormai da tre anni e ci sta fornendo una mole imponente di informazioni mai avute prima sulla formazione dell’universo e l’evoluzione delle stelle. Io, in particolare, mi concentro sull’evoluzione di un tipo specifico di galassie che, grazie a questo strumento, ora sono osservabili con un dettaglio incredibile. È un lavoro che svolgo sia quando scendo alla Specola a Roma, sia qui a Padova, ricevendo sul mio computer le immagini che arrivano direttamente dallo spazio profondo».
Cosa ci sta svelando di nuovo questo telescopio? «Abbiamo trovato galassie che si erano formate appena 80-90 milioni di anni dopo il Big Bang, molto prima di quanto credessimo. Questo ci costringe a rivedere la storia dell’universo e tutte le teorie cosmologiche costruite finora. Siamo come bambini che cercano di scoprire come funziona un nuovo giocattolo: è un momento entusiasmante».
Oltre a guardare indietro nel tempo, state scoprendo molto anche sulla materia di cui siamo fatti… «Abbiamo capito che all’inizio si sono formate stelle enormi, grandi migliaia di volte il Sole, che ben presto sono esplose come supernove. È proprio esplodendo che hanno scagliato nello spazio gli elementi pesanti che prima non esistevano: all’inizio c’erano solo idrogeno ed elio. Tutti gli altri elementi della tavola periodica, quelli di cui è fatta la Terra e di cui siamo fatti noi, saltano fuori da lì».
Questa è un’immagine potente. Questo sguardo scientifico entra mai nelle sue omelie? «Qualche volta sì. Lo studio del cielo suscita il senso della meraviglia, si resta a bocca aperta. Per chi crede, questa meraviglia diventa sorgente di gratitudine. L’immagine delle stelle è molto cristiana: ogni stella “lavora” per sintetizzare elementi, ma li restituisce allo spazio solo quando muore. Se il chicco di grano caduto in terra non muore, non porta frutto: le stelle fanno esattamente questo. Muoiono per dare origine a novità. La vita nasce quando qualcuno rinuncia a qualcosa di sé perché qualcos’altro possa esistere. Mi pare che siamo nel pieno senso cristiano della vita».
Come si conciliano, nella sua quotidianità, la vita dello scienziato e quella del prete di parrocchia? «Per me l’esperienza della parrocchia è fondamentale. È vero che si serve Dio studiando le cose belle che Lui ha fatto nel cosmo, ma forse la cosa più bella su cui lavorare sono le persone. Il cielo è bellissimo, ma l’umanità è ancora più bella, anche se a volte è un po’ martoriata. È quella che di più ti fa avvicinare alla grandezza di Dio. Essere prete, nel mio ambiente scientifico, mi mette forse in una condizione di maggiore disponibilità ad ascoltare e accogliere quello che gli altri pensano, senza pregiudizi».
La scienza vive di domande e di ignoto. Come si approccia all’ignoto un uomo di fede? «Con curiosità. Qualcuno mi ha detto che il Creato devo non solo rispettarlo, ma anche conoscerlo: è quasi un dovere morale. L’ignoto, quando si svela, suscita stupore, ma ci abitua anche all’umiltà. Di fronte all’universo ci sono ancora due grandi incognite: l’energia oscura e la materia oscura. Sono un’espressione scientifica della nostra ignoranza, brancoliamo nel buio. Ma l’ignoto è uno strumento per crescere. Se uno non desidera conoscere, nessun mistero sarà in grado di scuoterlo».
Viviamo in un mondo accelerato, dominato da comunicazioni veloci. Come resiste a questa corrente? «Le faccio un esempio: io le mie omelie le scrivo ancora su carta con la penna stilografica. Ci sono certe cose che non vanno fatte di fretta, ci vuole calma per pensare. È vero, viviamo in un mondo ultra-accelerato dove sembra non esserci più spazio per Dio, ma nemmeno per l’uomo. Dopo aver fatto un’indigestione di intelligenza artificiale, credo sarebbe tempo di dare una frenata per tornare alle cose vere, alle relazioni umane reali, non quelle dei social che non hanno solidità».
Il 2026 si apre in un contesto internazionale difficile… «Di fronte alla realtà possiamo essere fatalisti e subirla, oppure dire: io sono qua per fare la mia parte. I venti di guerra spirano violenti, ma quello che posso fare io è mettere a disposizione la conoscenza per costruire ponti. La scienza è un linguaggio universale che va oltre le ideologie. Nel mio ufficio qui a Padova lavoro con un giovane post-doc americano di origine ebraica, ci sono colleghi musulmani, e non c’è nessun problema. Si mangia e si discute insieme. Gli scienziati hanno uno strumento di dialogo che supera ogni confine e ogni credo».
Lei fa parte della Specola Vaticana, ma opera qui a Padova. Che valore ha questo legame con il territorio? «La Specola è un’istituzione unica, voluta da Leone XIII per mostrare che la Chiesa non teme la scienza, ma la incoraggia. Io sono un “rara avis”, un prete diocesano chiamato a lavorarci. Ma ci tengo a dire che Padova, in questo settore, è un’eccellenza assoluta. Qui i lavori di scoperta vengono seguiti in maniera molto approfondita sia al Dipartimento di fisica e astronomia dell’Università, sia alla Specola. Abbiamo fior di ricercatori che lavorano ai massimi livelli mondiali sui pianeti extrasolari, sulle galassie lontane e sui buchi neri. Padova resta un punto di riferimento primario per la ricerca in Italia e nel mondo».
Un’ultima domanda personale. Come si vede tra qualche anno? «Come scienziato sarò presto in pensione, ma la curiosità resterà sempre viva. Come prete sarò un vecchio rimbambito (ride, ndr), ma spero di poter dire come san Paolo: ho combattuto la buona battaglia, ho conservato la fede. Spero di avere ancora la voglia di trasmettere agli altri che siamo stati amati, pensati e voluti. Con questa certezza, il futuro, bello o brutto che sia, diventa non meno doloroso, ma più sopportabile».
Don Alessandro Omizzolo è uno dei 31 mila sacerdoti italiani – tra cui 200 missionari fidei donum – che si occupano di ragazzi, giovani, adulti, anziani. Sono testimoni del Vangelo e portano aiuto e speranza senza dimenticare nessuno. Si dedicano a tempo pieno ai luoghi in cui tutti noi possiamo sentirci accolti per far vivere le nostre passioni e mettere in luce i nostri talenti. Il sostentamento dei sacerdoti non è più in carico allo Stato italiano dal 1990. Ora è affidato a quanti camminano insieme a loro e condividono il loro servizio. Ciascuno di noi può sostenere i sacerdoti con la propria firma – sulla dichiarazione dei redditi (tra aprile e settembre di ogni anno) – a favore dell’8 per mille alla Chiesa cattolica. Ma non solo: chi lo desidera, può effettuare una donazione liberale (scaricabile, poi, dalla dichiarazione dei redditi). Per tutti i dettagli di possono visitare i seguenti siti: 8xmille.it e unitineldono.it