Idee
Nel 2025 la domanda di inclusione finanziaria ha continuato a crescere, con 38milioni di euro concessi a 3.167 progetti a favore di famiglie e piccoli imprenditori (+7,8% rispetto al 2024). Il 33% delle imprese finanziate risulta guidato da giovani sotto i 35 anni (+2 punti percentuali rispetto al 2024), uno dei segmenti più fragili del mercato insieme a donne e stranieri. Questi in sintesi i risultati sull’impatto economico e sociale dell’inclusione finanziaria 2026, realizzato da PerMicro insieme a Triadi, spin-off del Politecnico di Milano, presentati poco tempo fa a Torino. PerMicro, nata nel 2007, si occupa da sempre di inclusione finanziaria erogando credito a persone in condizioni di vulnerabilità. La ricerca sull’impatto sociale economico e sociale dell’inclusione finanziaria ha analizzato anche un arco temporale che va dal 2009 al 2023. In questo periodo PerMicro ha finanziato complessivamente quasi 34mila clienti, con 260 milioni di euro di credito. Sempre tra il 2009 e il 2023 i finanziamenti hanno creato 4.435 posti di lavoro grazie alle attività imprenditoriali nate con il sostegno del microcredito, che hanno visto il coinvolgimento di donne, giovani sotto i 35 anni e cittadini stranieri. Si ribadisce così il ruolo di questa forma di finanziamento quale strumento efficace per contrastare la precarietà. Inoltre, si è generata anche una riduzione della dipendenza da sussidi, determinando così un risparmio per le casse pubbliche di circa 18 milioni di euro.
«In quasi vent’anni abbiamo visto famiglie e imprenditori realizzare progetti che il sistema bancario tradizionale aveva escluso. Misurare con rigore questo impatto è il modo in cui restiamo fedeli alla nostra missione. Il 2025 è stato il miglior anno della nostra storia in termini di erogato, ma ciò che ci rende più orgogliosi è la qualità dell’impatto: donne, giovani, migranti, i segmenti più fragili del mercato del credito, continuano a essere il cuore del nostro lavoro», ha detto Francesca Giubergia, presidente di PerMicro.
Misurare l’impatto è molto importante in quanto restituisce una fotografia delle ricadute sul tessuto sociale del microcredito. «La misurazione dell’impatto non è una pratica di rendicontazione: è il meccanismo che consente a uno strumento di rimanere autentico rispetto agli obiettivi per cui è stato concepito», ha spiegato Mario Calderini, professore ordinario del Politecnico di Milano e direttore del Centro di Ricerca Tiresia. Questa attenzione «produce evidenze capaci di orientare non solo chi opera sul campo, ma anche chi ha la responsabilità di disegnare le politiche».
Non è un caso che favorire l’accesso al credito significa restituire dignità e possibilità, trasformare l’esclusione in partecipazione e costruire un’economia più resiliente, inclusiva e orientata al bene comune. «Ciò che colpisce, guardando i quattordici anni di misurazione sistematica dell’impatto, è la scala degli effetti indiretti: 4.435 posti di lavoro generati, 130 milioni di euro di gettito fiscale
restituito allo Stato, 18 milioni di risparmio in sussidi. Ogni euro erogato ha prodotto valore ben oltre il rapporto diretto con il cliente. Questo è il dato che dovrebbe orientare chi ha la responsabilità di disegnare le politiche di accesso al credito nel nostro paese: la microfinanza genera ritorni sistemici, e ignorarla significa lasciare sul tavolo una leva di sviluppo concreta e già collaudata», ha fatto notare Benigno Imbriano, amministratore delegato di PerMicro.
Gabriele Guzzetti, direttore generale di Triadi, spin-off del Politecnico di Milano ha aggiunto che questi sono «numeri che evidenziano come l’intervento non si esaurisca nel microcredito, ma avvii un percorso più ampio di inclusione finanziaria: a 2-3 anni dall’erogazione l’88% delle imprese finanziate risulta ancora attiva e il 30% delle famiglie ha accesso al credito tradizionale». Un settore che si dimostra particolarmente efficace nel far uscire dalla marginalità le fasce più fragili della popolazione. Infatti, «i dati di questa ricerca confermano che l’inclusione finanziaria rappresenta un formidabile motore di sviluppo economico per il territorio, ben oltre la logica della tutela sociale», ha affermato Cristina Di Bari, presidente di Fondazione Sviluppo e Crescita CRT.