Idee
Nel 2020, il Science Museum Group del Regno Unito, che raggruppa gli storici musei di Londa, Manchester, York, Durham e Bradford, ha condotto una ricerca sull’evoluzione dei colori partendo dalle fotografie di oltre settemila oggetti di uso quotidiano presenti nella stessa collezione del gruppo. Oltre due secoli, dal 1800 agli anni Venti del Duemila, tra macchine fotografiche, oggetti di uso casalingo, componenti di arredo, piatti e stoviglie, strumenti “tecnologici” per scrivere, dipingere, illuminare. Ebbene, “estrapolando” i pixel e creando una mappa cromatica, la tendenza è una costante (e inesorabile?) proiezione verso il grigio. No, non è dunque un’impressione o un effetto filtro della nostalgia: stiamo gradualmente abbandonando i colori. Perché cambiano i materiali (dal legno di per sé caldo alla plastica che apre a varianti desaturate), ma perché cambiano anche gli stati d’animo: dal buio delle guerre mondiali all’esplosiva vitalità degli anni Sessanta e Settanta, la società è tornata a incupirsi arrivando al minimalismo fatto di colori pastello, senza sbuffi di luce.
Ci stanno rubando i colori, insomma. E certamente non ci viene incontro nemmeno Pantone, azienda americana divenuta istituzione mondiale e ormai punto di riferimento nel mondo cromatico, che per il 2026 ha scelto come colore il Cloud Dancer, un bianco etereo (ma è pur sempre bianco) che, si legge nel sito ufficiale, «simboleggia un’influenza rasserenante in una società che sta riscoprendo il valore della quiete e della riflessione. Bianco vaporoso e intriso di serenità, favorisce un profondo relax e la concentrazione, permettendo alla mente di spaziare e alla creatività di esprimersi per fare spazio all’innovazione».
Ma prima di appendere definitivamente la tavolozza al chiodo, possiamo essere noi, proprio noi, fautori di un’ultima ribellione cromatica? «Nel mio percorso di vita fino anche quando ero già un po’ più grande, ho sempre visto tutto quanto bianco e nero – ammette Tony Gallo, street artist che da Padova negli ultimi anni ha preso il “volo” e che dei colori ha fatto la sua cifra stilistica – I miei toni erano quelli e anche la mia vita era essenzialmente così, abbastanza dark, abbastanza chiusa. Ma c’è stato un momento nel mio percorso nel quale ho istintivamente iniziato a mettere giù i colori: il colore è entrato nella mia vita, mi è arrivato, non l’ho intenzionalmente cercato. Ricordo spesso quel momento: una volta sognavo in bianco e nero, a un certo punto ho iniziato a sognare a colori. Però è stato tutto quanto molto istintivo. Per me l’idea del colore è una cosa che deve arrivarti, non devi andare in cerca, mi sono reso conto che anche le mie opere hanno iniziato a trasmettere altro, ad avere una luce differente».
Oggi nel suo universo artistico c’è spazio per tutti, per tutti quelli che si impegnano a portare colore attirando i nostri sguardi frenetici e assorti di passanti e spettatori: sui muri di Padova e del Veneto, in giro per l’Italia o all’estero, che siano scorci di strada o grandi facciate o quadri. Figure umane, ora con becchi e ali, ora senza, animali, fanciulli dai capelli rosa o azzurro fluo. È di dieci anni fa il dipinto “Is love” nel quale Tony Gallo disegnava una figura femminile, vestita a lutto, ma che impugnava nelle sue mani un pupazzetto dal pelo multicolorato. Ecco nonostante un momento di dolore, nonostante il grigio attorno, quel pupazzetto tenuto stretto è l’appiglio a cui il personaggio si aggancia per venirne fuori. Ma come ci si sente e ci si rapporta con una società che si sta smarrendo nel non colore? Non è solo simbolismo: la produzione di massa, il capitalismo è grigio, l’individualità, la creatività, il pensarla diversamente è colore: «Riflettiamo quello che viviamo e osserviamo: tristezza, guerre, costante insicurezza. Se ci pensiamo, quali colori ci vengono in mente? Spenti, opachi, “impolverati”. E la società vuole questo. Invece ci vuole un urlo che spazzi via la polvere, anche attraverso i colori ci dobbiamo far sentire. Io ho scelto di farlo nel mio piccolo, in un ambiente, quello dell’arte e della street art dove tanti colleghi lavorano solo con bianco, nero e scale di grigi, pensiamo a Banksy. Mi vien da dire che si cerca di non esagerare. Certo, passa un altro tipo di messaggio, io voglio invece esagerare. Voglio buttare fuori il rosso, il giallo, il blu. Anche giocando con ossimori e provocazioni: quando ho iniziato a fare i miei soggetti la gente mi diceva che erano malinconici e tristi. Era così: volevo tirar fuori malinconia e tristezza perché secondo me sono sentimenti che ci smuovono, ci chiedono di agire, danno la forza nel provare altre emozioni. Ma, per contrasto, tutti questi personaggi hanno colori accesi, brillanti, colori che non dovrebbero veicolare tristezza. È un azzardo, ma significa che in ognuno di noi possono convivere l’uno e l’altro. Chi ha voglia di colore è il benvenuto: partecipando a diversi festival, mi rendo conto che c’è voglia di cambiamento. Anche di questo tipo di cambiamento, c’è voglia di brillantezza».
Dipingere una parete della propria casa di un colore bizzarro; trovare terapeutico affiggere quadri per dare anima a una stanza “vuota”. Insomma se nella lista dei buoni propositi del 2026 volessimo aggiungere anche un gesto piccolo, simbolico, da compiere per frantumare questa monotonia cromatica, cosa potremmo fare? Come mettere in atto quella ribellione? «A me non è dispiaciuta la scelta di Pantone di puntare per il 2026 a questo bianco scuro, perché io stesso utilizzo il bianco come base, con l’obiettivo di sporcarlo. Ci metto sopra dei pois coloratissimi. L’invito è quello di uscire dal confine del bianco, provare a fantasticare, vederci una tonalità oppure affiancare qualcosa di esagerato, o anche mescolare colori al bianco per vedere cosa viene fuori. Mi piace l’idea di poter vedere oltre a quello che stiamo guardando. Insomma, prendiamo la nostra vita e coloriamola di pois e fantasia».
L’appiattimento dei colori ha “invaso” anche la sfera dei bambini. Camerette e giocattoli vanno sui toni del verde salvia, giallo sabbia o beige. È la scelta di alcune aziende che strizzano l’occhio ai gusti dei genitori più dei loro figli.