Idee
Fu il più prezioso regalo di Natale che gli italiani abbiano mai ricevuto. Il 23 dicembre 1978 il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, promulgò la legge 833 che sopprimeva le mutue e istituiva il Servizio sanitario nazionale. L’assistenza sanitaria assurgeva al rango di diritto di cittadinanza. Quella riforma, approvata durante il Governo Andreotti IV, insediato (con l’appoggio esterno del Pci) nei giorni successivi al sequestro Moro, fu fortemente voluta da una parlamentare veneta, esponente di spicco della Dc: Tina Anselmi. La quale, in un’intervista del 2003 a Il Sole 24 Ore, ribadì che, pur in anni segnati dallo scontro fra le forze politiche, esisteva un’adesione di fondo «ai valori su cui costruire la tutela e il diritto del cittadino ad avere una garanzia da parte dello Stato per quanto riguarda la sua integrità».
Lo hanno ribadito, al teatro dell’Opera della Provvidenza Sant’Antonio di Sarmeola di Rubano, Luca Antonini e Stefano Zamagni, che il 9 gennaio hanno presentato il loro volume Pensare la sanità. Terapie per la sanità malata (Studium Edizioni). All’incontro è intervenuto anche Gino Gerosa, cardiochirurgo e neo-assessore regionale alla sanità, che ha sottolineato come l’articolo 32 della Costituzione, che sancisce il diritto alla salute, «sia il più importante e il più fragile. La sua tutela richiede la collaborazione di tutti». Con pazienti informati e consapevoli.
L’intervento del prof. Luca Antonini, docente di diritto costituzionale all’Università di Padova, dal 2018 vicepresidente della Corte Costituzionale, ha preso le mosse da una slide imperniata sulla Creazione di Adamo, che Michelangelo ha dipinto nel 1511 nella Cappella Sistina. «In quell’affresco l’artista ha puntato sulla perfezione dei corpi. E la stessa concezione viene sviluppata nel Giudizio universale, dove anche il dannato ha un corpo perfetto. Fra l’Umanesimo e il Rinascimento, mentre si afferma il principio “homo faber ipsius fortunae”, l’ammalato è invece qualcosa che disturba, gli ammalati devono essere nascosti e vengono chiusi in luoghi terribili».
Toccò a san Camillo de Lellis (1550-1614), giocatore incallito e soldato di ventura prima di abbracciare la vita religiosa, rivoluzionare questa concezione: «Per lui – ha argomentato il prof. Antonini – il malato coincideva con il volto stesso di Cristo. E così fondò non solo tre ospedali, ma generò un movimento culturale che rimise al centro quella cura della persona che quell’epoca tendeva a dimenticare: diventò così il patrono degli ammalati».
Se dunque, nel 1978, l’istituzione del Servizio sanitario nazionale ha rappresentato un traguardo storico, già negli anni Novanta qualcuno l’ha snaturato. Per effetto dei decreti legislativi 502/92 e 517/93, le Usl sono diventate Asl. Ma non c’è stato solo un cambio di vocale: «L’errore degli economisti – ha puntato il dito Stefano Zamagni, presidente onorario (per lungimiranza di papa Francesco) della Pontificia accademia delle scienze sociali – è stato quello di pensare di applicare al settore medico la stessa logica delle aziende, che tendono al pareggio di bilancio. Ma la categoria dell’efficienza non coincide con quella dell’efficacia. Non posso dire a un medico che ha solo un quarto d’ora per visitare un paziente. Di queste cose un po’ me ne intendo perché mia figlia Elena è docente di ematologia al Sant’Orsola di Bologna. Quando mi ha detto che il direttore generale le contingentava i tempi delle visite, sono andato io a parlare con il direttore generale. E poco mancò – ha aggiunto Zamagni, strappando un applauso alla platea – che gli mettessi le mani addosso».
Ma cosa si può fare oggi, quando la spesa sanitaria out-of-pocket (cioè a carico delle famiglie e non coperta dal Ssn) ha superato il 20 per cento, per riaffermare il diritto alla salute? «C’è bisogno – ha osservato Zamagni – di un pensiero pensante. All’abbondanza di analisi non corrisponde un’abbondanza di proposte. I romani avevano già chiari due concetti: la valetudo, cioè il benessere fisico, e la salus, la salute del corpo e dell’anima. Così il dolore è legato a un problema fisico, ma la sofferenza è legato all’abbandono in cui cade l’ammalato. Lo dice anche Gesù sulla croce: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”».
Secondo Zamagni occorre pertanto cambiare il modello organizzativo, puntando sulla sussidiarietà circolare e rispolverando un principio che si deve addirittura a san Bonaventura da Bagnoregio (1221-1274): lo Stato deve cooperare con i corpi intermedi (associazioni, imprese, enti locali). Di qui un appello pressante al Parlamento, a dare attuazione alla sentenza della Consulta 131/2020, redatta dallo stesso giudice Antonini, in cui ben si distingue tra la co-programmazione, “finalizzata all’individuazione, da parte della pubblica amministrazione procedente, dei bisogni da soddisfare, degli interventi a tal fine necessari, delle modalità di realizzazione degli stessi”, e la co-progettazione, per la definizione di specifici progetti di servizio o d’intervento. Nella co-programmazione dev’essere coinvolto anche il Terzo settore, che non è stato chiamato in causa durante la pandemia da Covid-19.
«Il primo ospedale costruito a Parigi, nel 651, da san Landerico – ha ricordato Zamagni – è l’hotel Dieu. Si può leggervi ancora un’antica iscrizione: “Se ti ammali, ti guarirò. Se non potrò guarirti, ti curerò. Se non potrò curarti, ti consolerò”. Ebbene, nelle nostre strutture sanitarie, chi viene consolato? Allora, se i nostri giovani medici vanno all’estero, non è perché vengono pagati di più ma perché in Italia non possono lavorare con gioia. Ecco perché dobbiamo andare verso una medicina umanistica, che non tratta il paziente in maniera burocratica». L’assessore Gerosa ha diligentemente preso nota.