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In dialogo con la Parola

giovedì 22 Gennaio 2026

Un intreccio di sguardi in cui c’è un’opzione di futuro

don Riccardo Betto

Foto di Nick Kwan da unsplash.com

III domenica del Tempo ordinario (anno A)
Isaia 8,23b-9,3 | Sal 26 (27) | 1 Corinzi 1,10-13.17 | Matteo 4,12-23

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta».
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedèo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

C’è un tempo in cui tutto sembra fermarsi, crollare e cadere, un tempo in cui la profezia sembra imprigionata; ebbene, la Parola ci testimonia che, nonostante tutto, Dio rimane sempre fedele alle sue promesse e ci ricorda che «il popolo che cammina nelle tenebre» prima o poi vedrà «una grande luce». Gesù è la luce di ieri e di oggi, è la luce che orienta la mia vita, che smuove anche i passi che rischiano di essere fermati. Perciò, mi colpisce il fatto che l’evangelista Matteo collochi l’inizio della vita pubblica di Gesù dopo che Giovanni era stato arrestato: questo ci rivela che la profezia non può mai essere imprigionata, ma trova sempre delle strade nuove per poter essere proclamata e per risuonare.

Sembra, quindi, che avvenga un “passaggio di testimone” tra Giovanni Battista e Gesù. Giovanni ha «preparato la via al Signore»; ora Gesù non solo è compimento della profezia ma in modo nuovo la porta avanti. Ed è un Maestro che inizia la sua profezia lasciando Nazareth e scegliendo di abitare a Cafarnao, «sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali». È una scelta programmatica e coerente: la sua casa si colloca in un territorio di frontiera e in un luogo di mescolanze etniche, culturali e religiose. Gesù, quindi, sceglie di iniziare da una terra di periferia e come fu l’inizio di Giovanni Battista, anche quello di Gesù è caratterizzato da un imperativo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».

Ciò che determina un cammino di fede autentico e un’evoluzione determinante è sempre la disponibilità a convertirci, a un cambiamento radicale di mentalità che si rende visibile nel nostro modo di porci nei confronti di Dio, di noi stessi e soprattutto degli altri. Lo trovo sempre pedagogico questo imperativo perché umanamente siamo soliti attivare le nostre resistenze e le nostre opposizioni al cambiamento e preferiamo rimanere nella nostra comfort zone. Solamente una vera conversione, quindi, ci permette di cogliere e di assumere quei criteri iniziali di Gesù come coerenti e che caratterizzeranno tutti i suoi passi, le sue scelte, le sue parole e i suoi gesti.

In questo brano del Vangelo, ci viene naturale provare a immaginarci il Maestro mentre cammina lungo il mare di Galilea posando il suo sguardo su alcuni pescatori. Ciò che avvenne quel giorno tra lui e loro mi ha sempre affascinato e mi porta a fare memoria di quegli sguardi e di quegli incontri che sono stati decisivi nella mia vita. Per questo, mi chiedo: chissà come Gesù li ha guardati; soprattutto, come si sono sentiti guardati, cosa hanno visto negli occhi di Gesù, cosa hanno pensato e sperimentato quando lui ha rivolto loro queste semplici e disarmanti parole: «Venite dietro di me, vi farò pescatori di uomini». In realtà, ritengo la promessa di Gesù alquanto fumosa e indecifrabile; inoltre, non ha dato alcuna sicurezza o rassicurazione. Eppure, l’evangelista Matteo sottolinea che «lasciarono e lo seguirono». Partendo da questa radicalità, comprendiamo che per seguire veramente Gesù non ci possono essere mezze misure o tentativi di giocare al ribasso, ma vi è la necessità di lasciare le proprie sicurezze (la barca), le proprie dinamiche invischianti (le reti), la tradizione e le consuetudini (il padre).

Ancora oggi, Gesù cammina lungo il mare della mia vita e viene verso di me nella mia quotidianità, mentre sto riassettando le mie reti dopo una notte sudata di pesca in mare, mi guarda e interpella con la sua Parola la mia vita e la mia libertà. Ciò che è e sarà sempre decisivo è il suo sguardo e nello stesso tempo la mia capacità di lasciarmi guardare dai suoi occhi: in quell’intreccio di sguardi c’è un’opzione di futuro, una scommessa a investire in un orizzonte nuovo, a seguirlo per collaborare con Lui un giorno nella pesca della vita. C’è sempre un rischio da prendere, un lasciare imprescindibile come un atto di coraggio, un andare dietro a lui con l’atteggiamento del discepolo. Per questo, sono disposto a convertire il mio cuore e i miei pensieri, a essere quello che sono chiamato a diventare, anche a costo di deludere qualcuno? Posso iniziare a lasciare le mie sicurezze per investire la mia vita al di fuori delle mie abitudini? So fidarmi del suo sguardo profondo che mi fissa, che scompagina i miei piani e chiede di lasciare “barca, reti e padre” per seguirlo con altri fratelli e sorelle e diventare anch’io un giorno “pescatore di uomini”?

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