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Chiesa IconChiesa | In dialogo con la Parola

venerdì 19 Giugno 2026

La sua cura come antidoto alla paura

XII Domenica del Tempo ordinario (anno A) Geremia 20,10-13 Salmo 68 (69) Romani 5,12-15 Matteo 10,26-33
don Riccardo Betto

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

C’è un filo che lega le letture di questa domenica (in modo particolare la prima lettura e il Vangelo) e il nostro vissuto: è la paura. La paura è un sentimento che caratterizza le nostre storie, fin dai primi anni dell’infanzia. Sono sempre svariati i motivi che la provocato: a volte sono cause reali che ci spaventano, altre volte sono fantasmi della nostra immaginazione. Negli anni cambiano le paure; alcune che nel tempo abbiamo superato lasciano il posto a nuove. Solitamente, la paura minaccia quei bisogni che sono vitali come la necessità di sentirci amati, stimati, riconosciuti e accolti. Gesù, nel Vangelo di oggi, per ben tre volte invita i suoi discepoli e noi: «Non abbiate paura». Gesù pronuncia queste parole da uomo sensibile, compassionevole ed empatico, che sa cogliere paura negli occhi dei suoi discepoli che si preparano per essere inviati. Provare paura, infatti, è umano; chi ha paura non può essere denigrato e etichettato come un fifone o un vigliacco.

A volte, la paura è persino indispensabile perché ti rende aderente alla realtà, ti avverte del pericolo, ti salva dal rischio di commettere ingenuità o imprudenze. Il problema è piuttosto quando la paura ti paralizza, ti blocca e ti impedisce di essere ciò che sei, di fare determinate scelte da persona libera, quando limita e imprigiona lo slancio e la responsabilità della missione. Gesù sa che ogni discepolo e le comunità di ieri e di oggi devono confrontarsi con la paura, ancor più devono misurarsi con forze nemiche che tentano di rapire e colpire la scommessa dell’annuncio. In fondo, è quello che Gesù stesso ha sperimentato nel suo ministero: anche lui in certi passaggi ha sentito il peso di queste forze ostili e nemiche, ha avuto paura.

Nella prima lettura abbiamo letto alcuni versetti di quelle che vengono definite le Confessioni del profeta Geremia: più volte esprime il peso per la missione che sta compiendo, la sua crisi personale, la sua angoscia e il dolore per il rifiuto del suo popolo. Eppure, nella drammaticità di ciò che sta vivendo e di parole come “terrore” e “caduta”, Geremia esprime la sua profonda fede nel Dio che lo ha scelto e lo ha chiamato: «Ma il Signore è al mio fianco…». Nel meditare il Vangelo di questa domenica non possiamo non ripensare alle esperienze di persecuzione che hanno sperimentato i primi discepoli e le prime comunità cristiane, la tentazione di abbattersi, di nascondersi e di fuggire, di rinunciare alla missione. Quelle parole hanno valore per noi oggi che, seppur ci troviamo a vivere tempi diversi, non mancano paure che possono insinuare il sospetto di non essere adeguati e incisivi, il timore di venire contrastati e messi a tappetto da forze ostili al Vangelo.

Nel triplice invito a “non aver paura” Gesù ci invita a gustare nuovamente la fiducia riposta in noi nello sceglierci come suoi collaboratori. «Non abbiate paura degli uomini»: spesso la paura ha radici dentro di noi, dalla poca stima, dall’insicurezza, dal non sentirci all’altezza, dal timore di fare le scelte sbagliate, in balia di quelle tenebre e di quei dubbi che si annidano in noi. «Voi ditelo nella luce»: c’è una luce in noi che è più potente di qualsiasi tenebra e riuscirà a vincere sempre, è quella luce che ci porta a svelare ciò che ora è nascosto. Forse la sfida sta proprio qui: occorre guardare la realtà senza scuse, senza finzioni, senza la paura del giudizio per portare alla luce quelle intuizioni di bene che sono ispirate dallo Spirito e dalla Parola.

«E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno il potere di uccidere l’anima»: Gesù è chiaro, non inganna, mette in conto che vivere in modo autentico e credibile il Vangelo porta al “martirio”, che non è un atto eroico quanto il frutto autentico della testimonianza e della coerenza. Non ci sarà forse chiesta la vita ma talvolta saranno le derisioni, i giudizi, la solitudine a determinare una forma di persecuzione subdola. Eppure, Gesù rivela una verità: anche quando avrai la sensazione di essere ferito o di essere apparentemente “ucciso” dagli eventi e dalle opposizioni, se sarai rimasto fedele a te stesso e al Vangelo non potrai essere intaccato nella tua “anima”, nelle motivazioni che hanno caratterizzato il tuo coraggio, nella verità di ciò che sei. E questo è davvero liberante.

E ora finalmente la paura può lasciare lo spazio allo stupore, alla contemplazione e alla fiducia: «Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri», «perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati». Se Dio non può evitare ai discepoli la fatica è pur vero che lui sarà sempre dalla tua parte, si prenderà cura di te: questa è la consapevolezza che nutre il coraggio del discepolo. E come si prende cura dei passeri, considerati al tempo di Gesù gli animali più insignificanti, così, a maggior ragione, si prenderà cura di me e di noi. Lui ci conosce nel profondo (tanto da sapere il numero dei nostri capelli) e noi valiamo ai suoi occhi. Perciò, la consapevolezza di averlo “dalla nostra parte”, al “nostro fianco” ci può liberare da qualsiasi resistenza e paura per farci procedere nel cammino senza esitazione, senza ripensamenti, ma con quella fiducia e libertà che ci hanno tracciato la strada fin dall’inizio. Di sicuro, il cammino dell’annuncio e della testimonianza è in salita, richiede fatica, a tratti è e sarà in solitaria. Tuttavia, ciò che ancora oggi muove i nostri passi è la consapevolezza che Lui è al mio e al nostro fianco e sempre avrà cura di noi.

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