Fatti
Com’è ormai noto, l’unico processo celebrato per verificare se ci siano state responsabilità nel non aver considerato i rischi del lavoro alla base del monte Venda si è concluso senza colpevoli. Ma anche se la giustizia ha messo una pietra sopra alla vicenda, è lecito porsi ancora domande sia per capire cosa è realmente accaduto, sia per evitare il ripetersi di casi simili ogni volta che un territorio naturale viene “colonizzato” dall’uomo.
Rimettendo, quindi, in fila gli elementi raccolti finora, nessun militare che ha lavorato alla base aveva mai sentito parlare del gas radon. Così come gli abitanti del posto che, vagamente, ricordano qualche voce a partire dagli anni Ottanta. Più precisa la collocazione temporale del sindaco di Vo’, Mauro Delluniversità, che, scavando, ha scoperto documenti americani sempre degli anni Ottanta in cui si constatava la pericolosità del radon. E prima?
Torniamo quindi all’inchiesta, avviata nel 2004 dalla procura militare, poi trasmessa a quella ordinaria, a Padova. Nel 2012 il giudice per le indagini preliminari Mariella Fino accoglie la richiesta del pm di affidare a un collegio di esperti il compito di accertare se esiste un nesso di causalità tra patologie ed esposizione al radon e all’amianto. Inizialmente gli imputati sono 23, accusati di omicidio e lesioni colpose. Già le prime battute preliminari del processo portano a uno scontro tra perizie: nel 2014 alcuni periti indicano nel fumo la causa delle malattie oncologiche degli ex militari, sollevando lo sdegno delle vittime e dei loro parenti.
Si arriva così al 2016 con la prima udienza in cui l’accusa “sgancia un asso”. Viene, infatti, proiettato un filmato degli anni Sessanta realizzato dal Ministero delle miniere degli Stati Uniti che documenta la nocività del radon. Certo, difficile dimostrare che qualcuno sapesse della presenza del gas all’interno della base in quel periodo, ma è del 1988 un altro documento in cui si legge che le autorità Usa inviarono informazioni
all’Areonautica italiana sulle strutture di Aviano e del Venda, segnalando la presenza di amianto. Come ha raccontato il maresciallo Leone Grazzini nelle scorse puntate, è stato proprio cercando le fibre di asbesto che è stato scoperto il radon, quindi è ipotizzabile che, se si fosse perlomeno indagato prima sull’eternit, il gas radioattivo sarebbe stato scoperto.
Ma forse qualcuno non era proprio all’oscuro, come risulta dalla sentenza di primo grado del 2017 che vede Agostino Di Donna condannato a due anni per omicidio colposo. Secondo il verdetto, le Forze armate Nato erano a conoscenza della presenza di radon già dalla fine degli anni Ottanta, e questo si evince dalle misure di protezione individuale utilizzate fino alla chiusura del sito, mentre le Forze armate italiane non adottarono adeguate tutele.
Anni Sessanta, anni Ottanta, anni Duemila. Sembra ruotare attorno a questi anni il nodo della scoperta della pericolosità e della presenza del radon. Lo hanno sostenuto i testimoni e lo hanno messo nero su bianco gli atti portati nelle aule di giustizia. Prima di proseguire nel racconto dell’epilogo della vicenda giudiziaria, la nostra curiosità si è spinta oltre il dibattito che ha indagato soltanto sulla seconda metà del Novecento, chiedendoci ancora una volta: e prima?
C’è un fatto, non rientrato nel processo, che suscita inevitabilmente delle domande. È il viaggio della celebre fisica polacca Marie Skłodowska-Curie in Italia nel 1918. La prima donna a essere insignita del premio Nobel giunse nella zona termale in provincia di Padova proprio per studiare la radioattività delle acque. Del viaggio, dei suoi studi, del suo soggiorno, vi è tuttora una ricca documentazione che però non ha mai portato all’approfondimento sull’eventuale nocività delle radiazioni dello stesso territorio termale.
Nel frattempo, dopo il caso del 1° Roc, l’attenzione al tema cresce. Nel 2015 viene istituita una Commissione d’inchiesta presso la Camera dei deputati che ha approfondito a più ampio raggio le situazioni di esposizione di personale militare all’uranio (il radon si forma proprio dal decadimento dell’uranio). Pochi mesi dopo, come ricorda il sindaco di Vo’, Mauro Delluniversità, «nel 2016, la Marina (Usa, ndr) ha classificato la Naval Support Activity di Napoli nella “Categoria 1” di potenziale radon, la valutazione più alta, e nello stesso anno sono stati trovati 24 locali in strutture non residenziali con livelli di radon elevati». Il vaso di pandora è ormai aperto: mentre si indaga su quanto è avvenuto, ci si muove anche per prevenire il ripetersi di simili situazioni di rischio. Così nel 1996 l’Istituto superiore di sanità inizia la mappatura del territorio e sempre nello stesso anno viene deliberata la direttiva Euratom 96/29, recepita nel Duemila, che stabilisce le norme fondamentali di sicurezza per la protezione sanitaria di lavoratori e popolazione contro i pericoli delle radiazioni ionizzanti.
Intanto il processo prosegue in appello e si arriva a un nuovo colpo di scena. Nel 2020 il secondo grado di giudizio celebrato a Venezia assolve Di Donna per non aver commesso il fatto. Formula che, allora, suscitò qualche perplessità dal momento che non essere ritenuto responsabile di un fatto non significa che il fatto stesso non sussiste. Ma tant’è. I malati e i loro parenti sembrano essere incappati in una tragica fatalità di cui nessuno era al corrente. Resta l’amaro in bocca per un epilogo giudicato insoddisfacente. Si passa quindi a un’altra via giudiziaria, quella amministrativa. E questa volta l’esito è favorevole: il 21 marzo 2025 il Tar ha accolto i ricorsi di tre famiglie ai quali sono stati assegnati significativi indennizzi economici per i danni psicologici e biologici subiti in conseguenza delle malattie mortali. Inoltre, si mette nero su bianco che «il fumo di sigaretta e l’esposizione a radon possono aver agito in sinergia nell’insorgenza della patologia».
Al termine di questa lunga trafila giudiziaria restano il doloroso ricordo di una vicenda tragica e il monito per il futuro a prestare più attenzione al territorio dove si vive e lavora. Ma, soprattutto, restano centinaia di ex militari ancora in vita e in buona salute che, tuttavia, temono per il proprio futuro visto l’ormai conclamato nesso tra tempo di esposizione e patologie. Che fare? La battaglia continua, per veder riconosciuta non solo la malattia derivante da causa di servizio, ma anche screening periodici per tutti quelli che hanno lavorato al 1° Roc. Un iter che sembra giunto finalmente al capolinea, questa volta positivo. E poi resta il “luogo del delitto”, un chilometro fatiscente di cemento nel cuore del monte Venda di cui, al momento, non si sa cosa fare.