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In dialogo con la Parola

venerdì 6 Febbraio 2026

Consapevoli che siamo già ora sale della terra e luce del mondo

don Riccardo Betto

Foto di Maria Petersson (unsplash.com).

V domenica del Tempo ordinario (anno A)

Isaia 58,7-10 Salmo 111 (1 12) 1 Corinzi 2,1-5 Matteo 5,13-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Gesù li aveva portati sul monte
e lì, sul punto di contatto tra il cielo e la terra, aveva svelato il sogno di Dio sull’umanità. Nei giorni scorsi, mi sono ritrovato a immedesimarmi nei discepoli: probabilmente, al termine delle beatitudini, ci fu un lungo silenzio. Infatti, come si potevano e possono trovare le parole dopo un messaggio tanto rivoluzionario quanto dirompente? Probabilmente dentro di loro si saranno posti queste domande: chi di noi può essere davvero “beato”? Chi riuscirà a incarnare questa logica in modo coerente e a costruire concretamente una società alternativa? In realtà, c’è un particolare che mi colpisce sia del testo delle beatitudini sia del Vangelo di questa domenica: Gesù parla al plurale. Tutto questo mi porta a riflettere che non è interpellata solamente la mia coscienza di discepolo, ma ciò che è decisiva è la nostra esperienza di comunità di discepoli. È un valore aggiunto, un’opportunità il fatto che siamo chiamati e coinvolti insieme, seppur con i nostri tempi e con le nostre modalità, a incarnare questa logica.

Per costruire un mondo nuovo è necessario, ancora oggi, partire dalle parole di Gesù: «Voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo». Rimango colpito e affascinato dal fatto che Gesù non promette che saremo ma, usando il presente, ci aiuta a prendere consapevolezza di una realtà che è già presente in noi e nelle nostre comunità.
È un innesto di fiducia rinnovata e attuale, anche se, in questo momento storico ed ecclesiale, abbiamo la percezione di aver perso un po’ di sapore oppure di non essere una luce che sa ridurre lo spazio al buio e alle tenebre. I Dodici a cui Gesù rivolge quelle parole non erano diversi da noi. Gesù sapeva, e sa benissimo, che scommettere sulla nostra umanità comporta anche scommettere sulle nostre debolezze o intemperanze. Per questo, il primo invito che il Vangelo ci suggerisce è di prendere piena consapevolezza di ciò che siamo, o meglio delle potenzialità che siamo e che abbiamo. Se fossimo maggiormente coscienti di questo, probabilmente saremmo più fiduciosi e incisivi anche nei cambiamenti.

Tuttavia, questa consapevolezza non può essere motivo di sentirci superiori agli altri e nemmeno di adattarci: infatti, Gesù è chiaro quando dice che il sale può perdere sapore e la luce, invece di illuminare, può venire nascosta. Ci soffermiamo, quindi, su queste due semplici e potenti immagini, Il sale, ancora oggi, ha la funzione primaria di dare sapore ai cibi; nell’antichità, tuttavia, veniva anche usato per conservare gli alimenti. Questa seconda funzione, quindi, ci chiede che il messaggio delle beatitudini venga conservato e custodito in tutta la sua bellezza e forza e venga protetto da eventuali contaminazioni. Attualizzando la prima funzione del sale, è essenziale essere vigili come discepoli e come comunità cristiane per non diventare insipidi. Si può diventare insipidi quando rimaniamo ancorati a un’idea nostalgica di Chiesa, quando non c’è la volontà concreta di rinnovamento, quando riproponiamo i soliti cammini, le solite ritualità, le stesse frasi fatte oppure quando andiamo a ripigliare nel passato orpelli e modi di pensare che non sono attinenti al presente. E allora, questa prima immagine ci pone tali domande: sto conservando la capacità di dare sapore alla mia vita, ci stiamo confrontando per trovare il modo di appassionarci insieme per tracciare nuove strade? E, qualora mi sentissi insipido, quali esperienze posso regalarmi per recuperare un sapore perduto?

La seconda immagine è la luce. La luce è tutto, è una delle primissime realtà create da Dio, è Dio stesso. Ebbene, Gesù ci dice che anche noi, come Dio, siamo luce, anche quando abbiamo la percezione di essere spenti o di brancolare nel buio. Non dovremmo mai dimenticarci che la nostra vita è un cammino di illuminazione e la nostra comune vocazione è espandere quella luce che è dentro di noi alla realtà che ci circonda. Eppure, Gesù ci rivela un paradosso: una luce può essere nascosta. Questo può capitare quando, ad esempio, per paura non abbiamo il coraggio di esporci, di metterci in gioco, anche andando controcorrente, di parlare un linguaggio profetico ed evangelico anche in questo tempo. La luce non va né ostentata né esibita ma nemmeno nascosta; la luce si può espandere nel coraggio di azioni e gesti autentici e coerenti e nello stile della condivisione («perché vedano le vostre opere buone»).

Isaia, nella prima lettura, elenca una serie di azioni concrete che possono far risplendere la luce che è in noi: «Nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, nel vestire uno che vedi nudo… se toglierai di mezzo a te l’oppressione e il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto…». Perciò, cogliamo nella Parola di oggi la profezia di dare sapore e luminosità alla nostra vita, alle nostre comunità e al mondo con la consapevolezza che noi siamo, già ora, «sale della terra e luce del mondo».

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