Mosaico
Un libro che possa ridare vita. Perché resta dentro di noi il senso perduto di una esistenza, come quello della sorella più grande di Han Kang, premio Nobel per la letteratura 2024, spazzata via dopo due ore dalla nascita. “Quando mi resi conto che quella persona era mia sorella, e che avrei potuto restituirle la via solo prestandole la mia vita e il mio corpo, avevo già cominciato a scrivere questo libro”, scrive Han in “Il libro bianco” (Adelphi, 163 pagine, 19 euro, traduzione di Lia Iovenitti ). Pagine che non appartengono a nessuna categoria: sono frammenti di un amore esso stesso forma di vita che torna nella percezione dell’altro, qui e ora. Come afferma l’autrice nelle pagine finali, il bianco, segno di purezza ma anche di lutto in Oriente (Kang è nata nella Corea del sud), segna, per una persona che pure afferma di non essere credente -come se si potesse catalogare in una parola la propria percezione del tutto- “gli unici momenti di intensa preghiera”.
Perché, questo sì, in accordo con la percezione d’Occidente, il bianco che torna in tutte le sue sfumature e materializzazioni -neve, zolletta di zucchero, sale, brina, luna e molto altro-, richiama una purezza che affonda in un addio sempre presente: che anzi assume le sembianze di una presenza. Quella del “più indifeso tra tutti i cuccioli. La bambina bella, bianca come un dolcetto di riso”. Di come Han si percepisca nata e vissuta al suo posto, e con lei vicina, nonostante tutto.
Quel “non morire, ti prego” unico possibile messaggio d’amore di una madre impotente di fronte all’imprevisto -in questo caso un parto tragicamente prematuro- aleggia nelle pagine di “Il libro bianco” attraverso il suo ripetersi, che non è mai semplice ripetizione nell’invocazione della sorella. Colei che vorrebbe (e che realmente lo fa, anche grazie alle pagine di questo oltre-libro), “credere in quella parte di noi che rimane intatta, pulita, indistruttibile a dispetto di tutto”.
Pagine di intensa preghiera, aperta a tutti, credenti e no, che passano attraverso il paesaggio interiore e quello di città come Varsavia -Han vi si reca in visita su invito della sua traduttrice- in cui i disastri di una storia che non conosce il valore della vita si incontrano con la pace di una passeggiata piena di sfumature. Quelle del bianco che invita alla vita e al ricordo che è una manifestazione di quella vita, del suo “sorriso bianco”, di un lenzuolo fresco di bucato che appare come in una visione, appeso al vetro di una finestra e che richiama il sonno immacolato di una bambina o le bianche ali di un uccello che si posa improvvisamente, inaspettatamente, per un istante magico, sulla testa della passante.
Per poi volare via, in un’altra storia, forse in una ulteriore, laica epifania, nel suo senso etimologico di manifestazione di qualcosa di apparentemente incomprensibile.
E che in questo intenso libro è manifestazione di un esserci che va oltre le barriere fisiche. Perché, come scrive l’autrice, “che il tempo e il dolore, come si dice, sbiadiscono e distruggono tutto, non è vero”.