Idee
«Ciao, mio marito è morto». Un messaggio su WhatsApp, nel marzo 2025, e il sangue si gela. Maria è stata una delle prime voci raccolte dalla Difesa, tra tutte le donne fuggite dall’Ucraina per mettere in salvo loro stesse e i propri figli. Accolta in un appartamento della parrocchia di Limena, Maria ha viaggiato nel 2022 assieme ai suoi quattro bambini, ma dopo quattro mesi vissuti in Italia, aveva scelto di rientrare a Leopoli, nella sua città, per essere d’aiuto ai suoi concittadini e familiari, ma soprattutto per permettere a suo figlio Luka di continuare a praticare il ballo da sala a livello internazionale. A ogni anniversario dallo scoppio del conflitto, Maria ha continuato ad aggiornarci, tre anni fa la splendida notizia, la nascita del quinto figlio, Matei. Una luce di speranza e di futuro, mentre suo marito veniva chiamato al fronte. Poi mesi di silenzio, prima del messaggio su WhatsApp: suo marito è stato ucciso da un drone, mentre proteggeva un altro soldato ferito, nei pressi di Zaporizhzhia. «Purtroppo non siamo riusciti a seppellirlo e non so se ci riusciremo mai, perché lì è territorio occupato, ci sono combattimenti e non è possibile recuperare il corpo» racconta oggi Maria. La forza per andare avanti sono i suoi figli: «Luka continua a ballare: a ottobre è stato al Campionato del mondo in Olanda e ha vinto il terzo posto. Un mese fa è stato in Inghilterra e ora si sta preparando per tornarci di nuovo. Melania si sta preparando per entrare all’università. E il piccolo Matei compie tre anni fra qualche giorno. Tadei va in terza classe, Kiprian in quarta. È difficile perché spesso manca la corrente, a volte anche per 20 ore al giorno, ma in qualche modo andiamo avanti».
A Padova avevano ricostruito una nuova vita anche Ira con suo marito Sergio e i figli Kevin e Ivan. Ma nell’ottobre 2023 hanno scelto di ritornare nelle campagne di Odessa: «Mio marito ha perso suo fratello a causa di un ictus e i nostri genitori hanno bisogno di cura e assistenza. Non abbiamo esitato, anche se a Padova stavamo bene. Qui non si vive, si sopravvive, troviamo sempre qualcosa da fare in campagna, ma vi dico quello che penso: non ho speranza che finisca la guerra. Perlomeno non ora».
Gli abbracci, qualche lacrima e sorrisi carichi di futuro. Poi il pullman che va via lasciando alle spalle il Seminario Minore di Rubano. Tra i gesti forti e carichi di umanità della prima accoglienza del popolo ucraino, ci sono anche le storie dei 56 bambini e ragazzi, con alcune educatrici, provenienti da due orfanotrofi di Leopoli, che tra marzo e agosto 2022, sono stati ospitati nei locali del Seminario alle porte di Padova, messi a disposizione dalla Diocesi e dal vescovo Claudio Cipolla.