Idee
“Cristiani per l’Europa. La forza della speranza”: è il titolo del documento recentemente diffuso con la firma di quattro presidenti di Conferenze episcopali nazionali – Italia, Francia, Germania e Polonia –, suscitando un certo dibattito. In calce alle due pagine i nomi, autorevoli, del card. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente Cei, del card. Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia e presidente dei vescovi francesi, di mons. Georg Bätzing, vescovo di Limburgo, alla guida della Conferenza episcopale tedesca, e di mons. Tadeusz Wojda, arcivescovo di Danzica, presidente dei vescovi polacchi. In un “mondo lacerato e polarizzato da guerre e violenza”, in cui “l’ordine internazionale è minacciato”, l’Europa, vi si legge, “deve riscoprire la sua anima per poter offrire al mondo intero il suo indispensabile apporto al bene comune”. Abbiamo posto alcune domande in proposito a Sebastiano Nerozzi, docente di Storia del pensiero economico presso l’Università Cattolica di Milano, segretario del Comitato scientifico delle Settimane sociali dei cattolici in Italia, tra i promotori del “Codice per una nuova Europa”.
Professore, come legge questo appello dei vescovi? In quale direzione muoversi?
L’appello “Cristiani per l’Europa” richiama la necessità di “riscoprire l’anima” del progetto europeo. L’integrazione economica e politica potrà avanzare davvero solo se i cittadini percepiranno l’Europa come significativa per la loro vita quotidiana e per il loro futuro. Serve anzitutto una crescita della cultura europea: maggiore consapevolezza della ricchezza di esperienze, tradizioni e storie che ci uniscono. In secondo luogo, occorre rafforzare il pilastro sociale europeo attraverso politiche che riducano le disuguaglianze, tutelino il lavoro, la salute e la casa, valorizzino le famiglie e le formazioni sociali e sostengano l’acquisizione continua di competenze. Solo coltivando un umanesimo solidale e aperto al mondo l’Europa potrà affrontare le sfide della stagnazione economica e del declino demografico.
Citando De Gasperi, i presidenti delle Conferenze episcopali segnalano che “il nazionalismo esacerbato è una forma di idolatria”: un male che può davvero minare le basi della “casa comune” europea?
Il nazionalismo di questi anni è frutto di molteplici fattori. Vi è certamente una deriva ideologica e culturale che in nome della difesa di identità artefatte o quantomeno parziali, mira a riportare indietro l’orologio della storia e a creare un blocco di potere ostile alla prosecuzione del cammino di unificazione europea.
La sfera della comunicazione e dell’informazione, soprattutto su alcuni social media, premia analisi semplificate e messaggi sempre più estremi, contribuendo al successo della narrativa populista e sovranista
che evita di considerare la complessità e le profonde interdipendenze che connotano oggi la nostra vita sociale, offrendo risposte consolatorie che deresponsabilizzano il singolo e spostano su altri (l’Europa, la Cina, lo straniero, le banche…) la radice dei problemi. Occorre anche tenere conto che la diffusione di ideologie nazionaliste è sostenuta finanziariamente da lobbies e gruppi di pressione, sia interne che esterne all’Unione, che mirano deliberatamente a minare la sua solidità, la sua autonomia e capacità d’azione. Accanto ai fattori ideologici e comunicativi, vi sono poi problemi economici e sociali su cui i vescovi giustamente richiamano l’attenzione.
“L’Europa non può essere ridotta a un mercato economico e finanziario, pena il tradimento della visione iniziale dei suoi padri fondatori”: eppure l’economia ha a che fare con la vita quotidiana, il lavoro, i redditi delle famiglie… Quale pericolo intravedono i vescovi?
La stagnazione economica e la crescita delle diseguaglianze, seguita alla crisi dei debiti sovrani nel 2011-2012, hanno provocato un crescente disagio sociale per le fasce più deboli della popolazione europea, con diffuso senso di precarietà connesso con gli effetti della globalizzazione e della rivoluzione digitale.
Le istituzioni europee si sono dimostrate incapaci di dare risposte convincenti e coese, che mettessero al centro il benessere e i diritti dei cittadini europei,
così come di dare slancio all’apparato produttivo europeo: i tagli al welfare, alla ricerca e alla dinamica salariale hanno ulteriormente depresso la crescita economica e peggiorato le condizioni di vita di tanti. Il palese fallimento di queste politiche, figlie di una visione angusta e ormai superata dei rapporti fra Stati, imprese e mercati, ha certamente rafforzato la voce dei populismi e sovranismi nazionali. Solo il Next Generation Eu ha corretto in parte questa impostazione. Per questo occorre un deciso cambio di prospettiva che aggiorni e innovi profondamente le politiche economiche dell’Unione e ci renda capaci di rispondete alle sfide della stagnazione economica, del declino demografico e della dipendenza energetica, tecnologica e strategica da cui siamo affetti.
Infine, nel documento si legge che “il mondo ha bisogno dell’Europa”. Già, ma di quale Europa? Nel nuovo “Codice di Camaldoli”, presentato lo scorso anno, c’è una visione moderna e coraggiosa di Unione europea. Potrebbe costituire una “ricetta” per il futuro?
Oggi più che mai abbiamo bisogno di un progetto europeo capace di indicare concretamente cosa l’Europa possa diventare nell’arco di una generazione, se avrà il coraggio di compiere un salto verso una maggiore unità.
Un progetto che definisca anche il ruolo dell’Europa nel mondo: promuovere la pace, sostenere lo sviluppo dei popoli, difendere i diritti umani e custodire la casa comune.
Il “Codice per una nuova Europa”, redatto da circa 120 esperti e presentato a Camaldoli lo scorso settembre, vuole offrire una base di partenza. Si tratta di un documento ampio e articolato, che offre una visione d’insieme e propone piste concrete, tenendo conto di sensibilità diverse. È scritto in un linguaggio laico e inclusivo, capace di parlare a tutti, ma radicato in una visione personalista e comunitaria che trae ispirazione profonda dall’esperienza cristiana. Anche per questo sta suscitando interesse, speranza e curiosità in molte persone, associazioni e gruppi di cittadini che ci invitano a presentarlo nei loro territori. L’obiettivo è portare questo lavoro oltre i confini nazionali e trasformarlo in un percorso di confronto autenticamente europeo. Non un punto di arrivo, dunque, ma l’inizio di un cammino più ampio e partecipato. Aprire una stagione nuova per l’Europa è possibile, ma richiede un’assunzione condivisa di responsabilità: da parte della politica, delle istituzioni, del mondo culturale e della società civile. Solo così la ricerc