Idee
Cos’hanno in comune la crisi climatica, i lavoratori sottopagati nei Paesi poveri della Terra (e non solo), la distruzione della biodiversità operata da colossi dell’agroindustria, le pratiche di elusione (se non evasione) fiscale delle multinazionali, la produzione di armi di distruzione di massa e gli episodi di caporalato che ciclicamente riemergono anche in contesti economici ricchi come quelli europei?
Un’analisi superficiale potrebbe concludere che si tratta di problemi indipendenti l’uno dall’altro. In realtà, però, una matrice esiste. Un denominatore comune che troppo spesso rappresenta “l’elefante nella stanza”, evidente ma percepito a fatica: quella radice è il nostro modello di sviluppo. Al quale anche tutti noi contribuiamo, inconsapevolmente o per superficialità.
Il sistema economico che domina il mondo intero ormai da parecchi decenni impone infatti, in moltissimi casi, un imperativo: massimizzare i profitti a ogni costo. Che tale costo sia ambientale, climatico o sociale, poco importa. Così, per la stragrande maggioranza delle grandi aziende occidentali, l’obiettivo prioritario è aumentare i ricavi, accontentare gli azionisti, staccare loro dividendi il più possibile generosi. È il mandato di amministratori delegati e consigli d’amministrazione. Con la richiesta di ottenere i risultati nel più breve tempo possibile (il “brevetermismo” è un’altra caratteristica peculiare del nostro modello di sviluppo), guadagnando quote di mercato, battendo la concorrenza grazie alla leva sui prezzi. Con la conseguenza di spingere i consumatori a orientare le proprie scelte quasi unicamente in base a ciò che conviene al portafoglio.
Non deve stupire, perciò, se le major delle fonti fossili continuano a investire in carbone, petrolio e gas, ignorando la scienza. Se le grandi banche internazionali concedono cifre gigantesche ai produttori di armi, perfino quelle controverse, pur sapendo che un mondo iper-militarizzato non è di certo più sicuro.
O ancora se si continuano a utilizzare pesticidi e fertilizzanti deleteri per la biodiversità. Né se per i “nuovi lavori” come quelli dei rider che consegnano cibo per conto di Deliveroo, Just Eat & co. si sospettano forme di sfruttamento più o meno legalizzato: le inchieste che, ad esempio, stanno coinvolgendo Foodinho (gruppo Glovo) in Italia sono solo le ultime in ordine di tempo a ipotizzare forme di caporalato e remunerazioni ampiamente inferiori alla soglia di povertà.
Se i principi che governano il sistema economico sono quelli descritti, tutto ciò è assolutamente coerente. L’intero meccanismo poggia però su un ulteriore, imprescindibile elemento dell’ingranaggio: noi. Chi non ha per lo meno tentennato di fronte a una t-shirt a 5 euro? O a cibo a metà prezzo consegnato comodamente a casa dopo una lunga giornata di lavoro? Quanti tengono i propri risparmi in banca sfruttando conti correnti e servizi gratuiti, senza aver mai aver posto in filiale la domanda: “Scusate, ma voi in che modo li usate i miei soldi?”.
Beninteso: non si tratta qui di colpevolizzarci. Si tratta di “consapevolizzarci”. Quasi sempre, ciò che risparmiamo nell’immediato lo paghiamo infatti sul medio e sul lungo termine. In termini di perdite di diritti sul posto di lavoro, di spese sanitarie provocate dall’inquinamento, di perdite economiche e danni legati agli eventi meteorologici estremi causati dal riscaldamento globale. L’elenco sarebbe infinito.
È per questo che la generalizzazione di un consumo consapevole avrebbe, almeno potenzialmente, la capacità di generare cambiamenti anche profondissimi. Adottare scelte non basate unicamente sul vantaggio economico immediato, o sulla soddisfazione di un bisogno magari superfluo, significa scegliere la lungimiranza, oltreché, ovviamente, una forma di etica. Non vuol dire invece rassegnarsi a una vita di rinunce, né “tornare al medioevo” come sostengono alcuni pasdaran del business as usual. Significa piuttosto ammettere, questo sì, che nel loro complesso i nostri attuali stili di vita sono oggettivamente incompatibili con la salvezza del Pianeta, con le risorse che la Terra è in grado di metterci a disposizione e rigenerare se consumate, con il rispetto universale di diritti umani e del lavoro.
È in questo che la questione diventa squisitamente politica. Perché sebbene ciò che abbiamo descritto sia stato ampiamente documentato da inchieste giornalistiche, rapporti di Ong, documenti delle Nazioni Unite e testimonianze dirette, nessun governo riesce ad assumersi la responsabilità morale di affermarlo pubblicamente. Tradotto: quale esecutivo accetterebbe di staccare il dividendo politico negativo che deriverebbe dal proporre ai cittadini ciò che – matematica e buonsenso alla mano – sarebbe necessario, ragionevole e giudizioso? Ovvero, ad esempio, rinunciare a cambiare smartphone ogni due anni, a ricomprare sistematicamente le scarpe anziché provare a ripararle, a privilegiare il volo low-cost a 20 euro rispetto al treno, a comprare quel capo d’abbigliamento “in più” a prezzi stracciati senza porsi troppe domande? Il mondo ha urgentissimo bisogno di una classe politica illuminata e di una presa di coscienza collettiva. Altrimenti, il cambiamento non lo governeremo ma lo subiremo, in modo improvviso e dirompente. La scelta è nelle nostre mani.