Idee
Una tempesta in un bicchier d’acqua, verrebbe da dire.
Sarà che sono passati alcuni giorni, sarà che a mente fredda i reali contorni dei fatti prendono le corrette proporzioni, ma il polverone che si è sollevato a Padova tra venerdì e domenica scorsi, per la presentazione del libro Lo scandalo Israele di David Parenzo – volto noto di La7, coconduttore de La Zanzara su Radio24 e figlio del presidente della comunità ebraica di Padova Gianni Parenzo – appare oggi del tutto privo di significato. I confini della Diocesi sono ampi, pertanto conviene riassumere la vicenda per chi non abita in città. Domenica 22 febbraio, la presentazione del libro già citato si sarebbe dovuta tenere presso la Sala della Scuola della Carità, splendida testimone storico artistica della cittadella francescana di Padova, oggi appartenente alla parrocchia di San Francesco.
Diffusasi la notizia, nell’imminenza dell’incontro l’associazione “Pace in Palestina” ha dato il via a una raccolta firme sfociata poi in una lettera indirizzata al vescovo Claudio e pubblicata sulla pagina Facebook dell’associazione alle 13.51 della stessa domenica 22. Nella lettera si chiede conto al vescovo della concessione della sala a Parenzo, di cui vengono contestate le posizioni prese sulla guerra in atto tra lo stato di Israele e Hamas con epicentro la Striscia Gaza e in particolare sul suo rifiuto di parlare di genocidio a danno dei gazawi.
In un passaggio, i 180 esponenti della politica, dei media e della società civile cittadina scrivono: «Ci domandiamo perché le autorità religiose abbiano accettato di concedere la sala per l’incontro esponendosi esse stesse alla contestazione. Un passo falso o una banale distrazione cristianamente perdonabile? Oppure le autorità di polizia hanno temuto disordini, al punto da tenere segreta la nuova sede per la presentazione del libro di Parenzo?».
La prima grande contraddizione che balza all’occhio è la presa di posizione stessa, non contro le idee di Parenzo – o al limite nei riguardi delle due associazioni organizzatrici della presentazione Israele-Italia Padova e Cristiani per Israele – ma contro chi avrebbe ospitato l’evento. Le parole di don Massimo De Franceschi, che si è preso la responsabilità di aver forse sottovalutato le polemiche che questa iniziativa avrebbe potuto sollevare (già, perché ogni parrocchia gestisce i propri spazi senza ricorrere sempre al benestare della curia o del vescovo) gli fanno onore e mettono tutto in chiaro. Tuttavia rimane la sgradevole sensazione che, secondo i firmatari, chi non ha le loro stesse idee non abbia nemmeno il diritto a manifestarle: non si discute nel merito, le porte vanno preventivamente chiuse.
In secondo luogo – come spiega bene la nota che la Diocesi ha pubblicato nel suo sito web lunedì 23 febbraio – registriamo che, a intervalli di tempo più o meno lunghi, in alcuni ambienti si cede alla tentazione di “tirare per la giacchetta” la Chiesa su un singolo evento senza valutarne tutta l’azione o le parole. Viene da chiedersi: dov’erano i firmatari della lettera al vescovo, mentre la Chiesa padovana riempiva la basilica del Carmine per pregare il Rosario per Gaza il 29 maggio scorso? Dov’erano un anno fa quando la Diocesi accoglieva la delegazione di Kairos Palestina con cui si è anche vissuta la veglia “Operatori di pace” a Santa Teresa di Gesù Bambino? Verrebbe anche da chiedersi se abbiano una parte nell’accoglienza dei 13 minori e 4 adulti provenienti da Gaza che quattro parrocchie cittadine stanno accogliendo in collaborazione con l’associazione “Padova abbraccia i bambini”.
I fatti tragici su scala planetaria ci portano a pensare che la pace sia esclusivamente una questione geopolitica, oggetto di battaglie ideali e valoriali. Al contrario, si tratta di una creatura artigianale, che si tesse nella quotidianità e si alimenta di relazioni, confronto e aperture reciproche per costruire un bene superiore, comune. Tutto il contrario di una tempesta – a mezzo stampa – seppure in un bicchier d’acqua.