Fatti
L’esercito russo ha commesso 98.926 crimini di guerra in Ucraina dall’inizio dell’ “invasione su vasta scala”. Sono 15.172 i civili ucraini uccisi e 766 i bambini ucraini uccisi; 68 volte i russi hanno condotto deportazioni forzate di massa in Russia; 4.357 monumenti storici ucraini, ospedali, edifici religiosi, scuole, istituzioni accademiche e scientifiche sono state danneggiate o distrutte, 346 le catastrofi ecologiche scatenate in Ucraina a seguito di operazioni russe. Questi sono alcuni dati che riporta il “Movimento femminista russo contro la guerra” sul suo canale Telegram. Con un commento.
“Questi numeri e la portata della disumanizzazione sono impossibili da comprendere. Tuttavia, è assolutamente essenziale ricordare, ricordare e parlare apertamente di questo il più possibile a voce alta, senza mai chiudere gli occhi, e lottare per fermare la violenza e assicurare i responsabili alla giustizia”.
È una guerra che doveva durare tre giorni, secondo Vladimir Putin, ma che in realtà è diventata persino più lunga della “Grande guerra patriottica”, cioè lo scontro tra l’Armata rossa e la Germania nazista della II Guerra mondiale.
In giornate come questa i canali Telegram della dissidenza russa rilanciano immagini e testimonianze di chi, nonostante il clima sempre più repressivo imposto da Putin, sfida le norme e lascia un segnale, un messaggio. Rispetto a quattro anni fa, il numero di queste manifestazioni è evidentemente diminuito. Girano immagini da San Pietroburgo, dove la gente ha portato fiori al monumento a Taras Shevchenko, poeta ucraino, sotto lo sguardo della polizia. Invece a Mosca, in piazza Pushkin, è stata arrestata una manifestante che reggeva un cartello “Nessuna guerra, nessuna occupazione”.
Fiori, simboli di pace, un nastro giallo e blu e un dipinto di Van Gogh raffigurante un campo di grano sono stati portati oggi al monumento di Lesya Ukrainka, grande poetessa e attivista ucraina. I primi fiori non sono durati a lungo: sono stati gettati via dagli spazzini. Secondo la testata Ovd Info, una donna che deponeva dei fiori è stata portata via dalla polizia. La repressione quindi continua, anche se la fase più dura è stata nel 2022 e nel 2023 quando le forze di sicurezza hanno brutalmente represso ogni manifestazione contro la guerra, favorendo di fatto l’attivismo e le proteste clandestine e lanciando una diffusa campagna di persecuzione per la libertà di parola online: 1700 procedimenti penali per motivi politici in due anni. Sono ancora oltre 1300 le persone che stanno subendo un processo. Ogni giorno una sentenza condanna al carcere qualche attivista. Si legge su Ovd Info:
“Lo Stato ha assunto il controllo completo dello spazio informativo. Le autorità hanno vietato quasi tutti i media indipendenti. I giornalisti sono diventati il gruppo più numeroso di imputati nei casi politici. La maggior parte dei social network e dei servizi più popolari sono stati bloccati”.
Sono poi iniziate le cause contro le “fake news” le accuse di istigazione al terrorismo o all’estremismo, tradimento e spionaggio, insieme a una crescente retorica legata ai valori tradizionali, usati come ideologia di Stato, che ha portato incriminazioni penali in particolare sulla comunità queer. Secondo la Ong Memorial, che lavora a sostegno dei prigionieri politici, attualmente, ci sono almeno tremila persone incarcerate per accuse legate alla guerra, 1.614 sono cittadini russi, 1.277 ucraini, 121 hanno la doppia cittadinanza e 47 sono cittadini di altri Paesi.
Tuttavia, secondo un sondaggio del progetto “Cronache”, rilanciato dal canale Doxa, il numero di “sostenitori convinti della guerra” è diminuito di 4 punti percentuali, nell’ultimo anno, e rappresenta ora solo il 14% degli intervistati. Questo mostra che “il desiderio di pace tra i russi è una tendenza fondamentale che continua a rafforzarsi”. Cala la percentuale di coloro che dichiarano di essere pronti ad andare al fronte o che sosterrebbero i propri conoscenti in tal senso. Diminuisce anche il numero di coloro che considerano l’esercito una priorità di finanziamento del bilancio: mentre nel febbraio 2025 lo affermava il 36% degli intervistati, ora è sceso al 31%. Così come è calata la percentuale di coloro che si oppongono al ritiro delle truppe dal territorio ucraino senza aver raggiunto gli obiettivi militari dichiarati: dal 46% al 35%. E sempre Doxa, oggi, in un video sul canale YouTube racconta la propaganda militare nelle scuole per l’infanzia:
“La propaganda militare russa si è infiltrata in ogni aspetto della vita dei bambini in età prescolare: giochi, attività ricreative, la progettazione degli asili stessi e i giocattoli”. Il principio è che soldati non si nasce ma lo si può diventare a scuola o meglio ancora all’asilo.
Raccolte fondi a beneficio del popolo ucraino, decostruzione delle notizie governative, indicazioni per i ragazzi che vengono precettati per la guerra girano sulla piattaforma Telegram, il cui fondatore Pavel Durov è stato posto sotto inchiesta penale, notizia sempre di oggi, per “favoreggiamento di attività terroristiche”: il servizio di messaggistica sarebbe diventato “lo strumento principale dei servizi segreti dei paesi della Nato e del ‘regime di Kiev’”. Un pretesto, secondo Durov, per bloccare anche questo servizio di messaggistica all’interno del Paese: “È il triste spettacolo di uno Stato che ha paura del proprio popolo”, ha scritto il fondatore di Telegram.