Tra giornalismo, medicina e psicoterapia, l’intelligenza artificiale promette efficienza e memoria perfetta. Ma proprio la perdita, il filtro umano e la presenza incarnata – ricorda anche papa Leone XIV ai sacerdoti – restano elementi decisivi nelle relazioni e nella trasmissione della fede.
Nei giorni scorsi ragionavo con un’amica psicologa di quanto l’intelligenza artificiale stesse rivoluzionando il mio mestiere. Le conversazioni registrate e in automatico trascritte, categorizzate, verificate e rimescolate. Il blocco dello scrittore arginato da dieci incipit diversi generati da Claude e ChatGpt. Una memoria di supporto capace non solo di pescare notizie dagli archivi, ma di creare collegamenti e offrire sempre nuove chiavi di lettura. La rivoluzione dell’Ia non si ferma al mio mestiere: in ambito medico viene impiegata per registrare il colloquio clinico con il paziente per scrivere le cartelle cliniche in modo più efficiente, lasciando così più tempo alla relazione di cura. Lo sconcerto della mia amica psicologa di fronte a questi scenari – e il suo rifiuto di adottare queste tecnologie – mi hanno aiutato a riflettere un po’ di più su quello che la rivoluzione Ia rischia quanto meno di offuscare: il nostro lato umano, sicuramente meno efficiente, ma non per questo per forza meno efficace. La mia amica psicologa non registrerebbe i colloqui con i pazienti per mere ragioni di privacy, ma perché – mi ha detto – il supporto tecnologico la renderebbe più distante, le permetterebbe di pensare ad altro invece che aggrapparsi con tutta la sua umanità a quelle parole che rimangono soltanto lì, in quei cinquanta minuti tra terapeuta e paziente. Non prende nemmeno appunti durante le sessioni di terapia. Per lei è importante non solo quello che si ricorda alla fine del colloquio, ma anche quello che si dimentica. In ambito tecnologico la perdita di dati è un fallimento critico: in ambito umano è una scrematura fisiologica che salvaguarda ciò che conta davvero. È su questa linea che insiste l’invito ai preti romani di papa Leone XIV, perché non generino le omelie con l’Intelligenza artificiale: per trasmettere la fede è più efficace il filtro, fallace e parziale, del prete umano nella sua corporalità di un sapere puro, distillato e sintetico ma non incarnato.