Idee
Nel confronto sulla sostenibilità dei sistemi sanitari, la distinzione tra enti profit ed enti no profit non è solo una questione di assetto giuridico, ma riflette visioni diverse del rapporto tra economia, cura e responsabilità sociale. Entrambi i modelli condividono la necessità di essere efficienti e credibili, ma divergono profondamente per finalità ultime e modalità di redistribuzione delle risorse.
Le strutture sanitarie profit perseguono l’efficienza non solo per rispondere alla propria missione sanitaria e per tutelare la reputazione sul mercato, ma anche – e soprattutto – per garantire la remunerazione del capitale investito. In questo contesto, l’utile rappresenta un obiettivo esplicito, parte integrante del modello industriale.
Gli enti no profit, invece, sono chiamati a rispettare gli stessi standard di qualità clinica, organizzativa e reputazionale, senza però avere tra i propri obiettivi la distribuzione degli utili agli azionisti.
Ciò non equivale a una minore attenzione alla gestione economica: al contrario, l’equilibrio di bilancio e la capacità di generare utili da destinare a riserve e investimenti costituiscono una condizione essenziale per garantire continuità, innovazione tecnologica, sviluppo della ricerca e miglioramento dei servizi.
È proprio nell’utilizzo di queste risorse che emerge la specificità del modello no profit. Un esempio emblematico è rappresentato dall’Istituto Auxologico Italiano, fondazione no profit a ispirazione cristiana e Irccs (Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico) riconosciuto dal 1972, che da oltre sessant’anni opera nei campi della ricerca biomedica e dell’assistenza sanitaria di alta specializzazione.
Nato nel 1958 a Piancavallo (Piemonte) come primo centro italiano dedicato allo studio e alla cura delle anomalie della crescita, Auxologico ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione fino a coprire l’intero arco della vita, dal concepimento all’età avanzata, con particolare attenzione ai settori auxo-endocrino-metabolico, cardiovascolare, delle neuroscienze e delle patologie dell’invecchiamento. Oggi l’Istituto è una rete articolata di strutture ospedaliere, diagnostiche e di ricerca in Lombardia, Piemonte, Lazio e Romania, capace di assistere ogni anno oltre un milione di pazienti.
Auxologico opera sia in regime di convenzione con il Servizio sanitario regionale sia in regime privato, diretto o tramite fondi e assicurazioni.
Questo modello “misto” consente di svolgere una funzione redistributiva di grande rilievo sociale.
Da un lato, l’attività a pagamento per chi può permetterselo genera risorse; dall’altro, tali risorse vengono reinvestite per offrire prestazioni a tariffe calmierate rispetto ai prezzi di mercato – come nel caso delle tariffe agevolate interne – e per garantire un numero significativo di prestazioni eccedenti i massimali riconosciuti dalle convenzioni regionali, assumendone direttamente il costo.
In pratica, ciò significa andare oltre i limiti formali del sistema di convenzione pubblica e farsi carico di bisogni sanitari che altrimenti resterebbero insoddisfatti o sarebbero accessibili solo a una minoranza. È una funzione che richiama da vicino quella delle strutture pubbliche e che rappresenta una chiara forma di redistribuzione della ricchezza: le risorse generate da chi ha maggiore capacità di spesa contribuiscono a garantire il diritto alla cura anche ai soggetti più fragili.
Il caso Auxologico mostra come un ente no profit possa coniugare rigore gestionale, eccellenza clinico-scientifica e attenzione ai valori della dignità della persona, dell’equità e della non discriminazione.
In un contesto in cui la sanità pubblica è sottoposta a crescenti pressioni economiche e organizzative, questo modello evidenzia il ruolo strategico che le istituzioni no profit possono svolgere: non come alternativa ideologica al profitto, ma come infrastruttura sociale capace di integrare sostenibilità economica e solidarietà, trasformando l’efficienza in uno strumento al servizio dell’interesse collettivo.