Idee
L’Italia non è in guerra, l’Italia non è entrata in guerra, l’Italia non entrerà in guerra: non c’è dubbio che sia e sarà così. C’è l’art. 11 della Costituzione a baluardo e c’è un Presidente della Repubblica che vigila e mette in guardia. Eppure, come è vero che l’Italia non è entrata in guerra è altrettanto vero che la guerra è entrata nei pensieri del popolo italiano.
Non ci sono allarmi ma c’è un’ombra sul Paese che lo tiene in uno stato di preoccupazione e di ansia che, seppur in parte diverso, aveva già vissuto negli anni del Covid.
I conflitti lasciano segni di morte e di distruzione nei luoghi dove esplodono ma provocano ferite invisibili nell’anima di un popolo. La vita di ogni giorno scorre come sempre ma porta dentro di sé un’amarezza, una delusione e un senso di impotenza che è impossibile non cogliere. Qualcuno si rassegna nel constatare che la forza prende sempre più il sopravvento sul diritto.
Terrificante prospettiva che continua a rimanere aperta rendendo incerti i passi del cammino di ogni generazione verso il futuro non solo dal punto di vista economico. Riaffiora l’illusione di scrollare di dosso un peso opprimente voltando pagina, spegnendo i video, staccando la spina.
Ma il pensiero non si spegne così facilmente.
La guerra con il suo volto terrificante è sempre lì a guardare beffarda, a intrufolarsi tra le pieghe dei discorsi che immancabilmente ruotano attorno alla sua espansione.
La stessa politica, di qualsiasi colore essa sia, conferma di essere da tempo orfana di un pensiero e di un magistero in grado di porre un limite a parole e gesti folli e capace di indicare nelle forza della ragione l’argine per contenere la ragione della forza.
Per i credenti c’è la preghiera non certo quella degli arroganti come accade alla Casa Bianca dove si vorrebbe dire a Dio da che parte stare.
Il penoso tentativo non è nuovo. La storia è piena di questi deliri di onnipotenza che entrano nel terreno spirituale e il loro ritorno pone in evidenza una radice profonda della deriva politica della guerra che si declina con deriva economica della guerra.
La reazione non può che venire dal risveglio della coscienza sollecitato anche dalle opere dei ribelli al male per amore del bene, della verità e della bellezza. Tra queste persone c’è un uomo disarmato e disarmante come è un Papa che chiede di pregare e che riporta alla memoria l’immagine del suo predecessore raccolto in preghiera in una piazza san Pietro deserta e bagnata dalla pioggia.
C’è chi sorride pensando alla debolezza dell’immagine della preghiera di fronte alla potenza delle armi ma proprio da questo scetticismo viene ai credenti la sfida di una testimonianza profetica.
È dal dialogo tra fede e ragione su temi complessi e inquietanti che può venire un segnale non di ingenuo ottimismo ma di responsabile speranza: un segnale atteso anche dai non credenti comunque pensanti.
Nessuno è andato e andrà in guerra ma la guerra è entrata nelle case e le ha inquietate con il suo volto di odio e di menzogna.