Mosaico
Gli archivi analogici di uno studio fotografico sono una miniera preziosa della memoria di una comunità. Possono contenere architettura storica, foto per le industrie, fototessere, foto di cerimonie. Occupano spazio, richiedono cura, sistemazione, schedatura. Richiedono risorse economiche, tempo, persone. Senza interventi adeguati rischiano di andare persi, distrutti. Da queste riflessioni nasce, prima la mostra “Mille facce di una città” (galleria Cavour in piazza Cavour a Padova, visitabile fino al 15 marzo) curata da Richard Khoury e poi il progetto di una Casa della fotografia che salvi dalla dispersione e dall’oblio e valorizzi gli archivi degli ultimi fotografi padovani che hanno lavorato con le pellicole. «Il fotografo aveva una funzione sociale – spiega Richard Khoury – era al pari del parroco, del farmacista, del sindaco. Attribuiva un’identità alle persone, resa magari obbligatoria per legge, ma apriva la strada all’esigenza di provare a sé stessi e al mondo la propria esistenza». Il fotografo era il mediatore che stava tra la persona e la sua identità. Oggi nell’epoca dei selfie, questa funzione di mediatore è quasi scomparsa.
«Le mille facce esposte nella mostra appartengono a un archivio di oltre 240 mila ritratti di padovani conservati nell’archivio fotografico dello studio ArtFoto-Tagliapietra che ho ereditato da mio papà – spiega Khoury che di professione fa il fotografo anche lui – I volti dei padovani ritratti nelle fototessera raccontano la storia di una comunità che cambiava. Dietro a ogni scatto c’è il lavoro certosino del fotografo che ritoccava a mano i volti, i particolari. Sono immagini che raccontano un’epoca: le acconciature, i vestiti, i fiori nel taschino della giacca, chi metteva in mostra l’orologio, chi voleva fare la foto con la sigaretta in mano per dare l’idea di spregiudicatezza. I padovani andavano dal fotografo con l’abito migliore, dopo un passaggio dal barbiere, il fotografo studiava la luce migliore per valorizzare il volto. Tutto questo rischia di andare perduto». Sono più di 200 le persone che hanno restituito un’identità alle facce in mostra, volti che non sono più anonimi. «I riconoscimenti sono stati momenti molto emozionanti – spiega il curatore della mostra – e da qui nascerà un “Quaderno dei ritrovati” in cui compariranno tutte le foto “riconosciute” stampate in positivo». La presentazione di questa iniziativa e del catalogo della mostra è sabato 14 alle 17.30 nella sede dell’esposizione.
Lo studio Tagliapietra era attivo a Padova già dal 1937 con Antonio Tagliapietra e ancora prima con Luigi Caporelli, poi nel 1962 l’attività venne ceduta a Renato Cappellaro che nel 1966 la formalizzò insieme al cognato Nicolas Khoury, e nel 1971 divenne ArtFoto. Khoury mantenne l’attività fino al 1999. Lo studio Tagliapietra era uno studio rinomato, esempio di quanto fosse importante la fotografia nella vita quotidiana delle persone, ma anche delle imprese. Questo aspetto lo dimostra anche l’archivio della Camera di Commercio che conserva la registrazione di ben 40 attività fotografiche nel periodo fra il 1900 e il 1934 nella città di Padova. Un patrimonio che in larga misura si è perso in concomitanza con la cessazione dell’attività. Evitare la perdita di buona parte della memoria di una città è uno degli obiettivi delle case della fotografia, delle fototeche. In Italia ci sono già numerose e diverse iniziative di salvaguardia degli archivi fotografici: tutte partono dalla consapevolezza del valore documentario, storico e spesso artistico dei milioni di negativi in bianco e nero, a colori e delle diapositive prodotte da centinaia di studi fotografici tra ottocento e novecento, superati oggi dalla vera e propria rivoluzione delle immagini digitali.
Il progetto padovano della Casa della fotografia intende porre all’attenzione pubblica l’importanza della realizzazione di un’istituzione che, facendo rete per un interesse comune della città, risponde alla necessità di conservare, studiare e diffondere quanto rimane della memoria fotografica analogica. «Trieste – afferma Khoury – possiede una fototeca istituita nel 1907. Lavorano moltissimo, non solo facendo eventi, mostre, ma anche formando persone, proponendo stage. Gli elementi perché nasca una Casa della fotografia anche a Padova ci sono tutti, se ne sente l’esigenza, non solo da parte degli addetti ai lavori, ma anche la comunità, il pubblico che visita la mostra lo sta manifestando. In fondo stiamo parlando proprio della memoria della città. Parliamo di emozioni. C’è una miniera di informazioni, di cultura, di storia, è un patrimonio della città che non deve andare disperso, ma allo stesso tempo non può finire in un sottoscala o in uno scantinato. Abbiamo avviato anche una raccolta firme per sensibilizzare ulteriormente le istituzioni. Ora serve la volontà politica». Come le fotografie, che fissano attimi di vita, così una Casa della fotografia può restituirci la memoria di due secoli di storia della città e di coloro che l’hanno vissuta e creata come oggi la possiamo vedere.
“Si conservano le negative” (al femminile, contrariamente a quanto siamo abituati a dire) era la scritta di molti cartoncini pubblicitari dei primi studi fotografici: quasi un messaggio profetico, a distanza di tanti anni.