Mosaico
Cosa potrebbero dire, in un monologo più o meno interiore, o in una chiacchierata con un ospite discreto, quelle donne che da sempre hanno fatto conti salati con la realtà? Coloro che, come scrisse Anna Achmatova, qui giustamente presente, hanno fatto sì che anche il dolore abissale possa essere detto?
Michela Musante fa parlare donne come Antigone o Persefone, Emily Dickinson, ma anche protagoniste di narrazioni create da altre scrittrici, come Jane Eyre o la Lucia manzoniana in “La lucerna del mondo. Profili di donne da Andromaca a Anna Achmatova ” (Ancora, 118 pagine, 14 euro).
E sono donne le cui parole, come nel caso della grande scrittrice russa, riescono a vincere, e lo fanno anche ora, visto che siamo qui a leggerle, il divieto del non dicibile, del dolore assoluto che rischia di rimanere come epitaffio individuale nascosto nelle piaghe dell’animo ferito.
Merito di Musante è proprio questo: riuscire a far avvicinare al dicibile parole che altrimenti rimarrebbero negli abissi del non pronunciabile. Ed è un’opera, la sua, che aiuta a far capire come alcune protagoniste dell’immaginario amoroso, e non solo, abbiano attraversato ben altre lande ed inferi, come accade con una Eloisa dialogante con la giovane visitatrice che reca non solo fiori sulla tomba sua e di Abelardo al Père Lachaise, ma inquiete domande che chiedono di andare oltre e più in profondità del mito. E allora la sapiente lettrice di Cicerone, Plauto, ma anche delle Scritture e dei testi talmudici si rivela anche attraverso parole non sue, e che provengono dai Promessi sposi, da Dostoevskij, e poi da Montale, con uno scambio empatico e drammatico che non solo attualizza, ma allude alla permanenza di un amore che va oltre le apparenze, i ruoli. E il tempo.
Ma la macchina di quello che chiamiamo tempo arriva nella terra di confine, quella in cui una nuova fede nata da un uomo morto in croce si incontra e scontra con quella degli dei romani, e il vecchio si distende verso il nuovo. Con Priscilla che intuisce come il sentimento di tedio e non senso scaturisse dalla sensazione di fine di ogni cosa che viene dalla sazietà di una società in disfacimento. Priscilla avverte la fine delle antiche fascinazioni filosofiche e il nuovo senso, quello di famiglie che lasciano il vecchio nulla e “visitavano i lebbrosi, dissetavano i moribondi, abbracciavano (…) prostitute e ladri”.
Eccola, la “matrona della necropoli”, colei che offre il sottosuolo -per tornare a Dostoevskij- per erigere la memoria di chi testimonia con la propria vita il senso di una nuova visione del mondo e del suo oltre.
Fino a che quella origine del senso nel nostro qui e nel nostro ora arriva a parlare nelle pagine di questo libro. Ciò che sembrerebbe indicibile, la parola della Madre di Dio, qui prende spunto dalle parole di Jacopone da Todi nel suo Donna de Paradiso. Non una semplice traduzione e adeguazione alle parole contemporanee, ma la voce di una mamma che ricorda il figlio, ora preso a calci e insultato, quando era un bambino con tante “troppe fantasie in testa”, perché fin da piccolo era un sognatore che invece di essere apprezzato viene torturato.
La grande attualità di questa immagine è evidente nella contemplazione dolorosa del destino dei sognatori di pace, dei missionari che lasciandosi alle spalle carriere e buone retribuzioni vanno a realizzare il grande sogno: non la ricchezza ma la condivisione del poco. E quella di un sorriso al sofferente.
Le parole del nostro oggi riescono a restituire per un attimo -l’autrice è passata per il dolore e la pena- l’interiorità che nel tredicesimo secolo solo una lingua nascente nella sua assenza di preziosismi poteva fare.
Attualizzando, ieri come oggi, un racconto antico duemila anni e oltre.