Fatti
La velocità con cui sono aumentati i prezzi di benzina e gasolio alla pompa, quattro minuti dopo l’attacco congiunto all’Iran e alla ventilata “chiusura” dello Stretto di Hormuz (lingua di mare prospicente l’Iran e sulla quale passa un quarto del petrolio mondiale) è stata degna del vecchio Usain Bolt alle Olimpiadi. In particolare, però, è cresciuto a dismisura (più del 25% in pochissimi giorni) il gasolio, mentre la benzina è aumentata la metà del “cugino”.
Ci sono ragioni per l’esplosione del prezzo del petrolio – e del gas – e ci sono ragioni per la crescita esponenziale dei carburanti di derivazione. La principale appunto è la guerra in Medioriente: che guerra è? Che evoluzione avrà? Soprattutto: prevedibilmente quando finirà?
Perché una difficoltà temporanea del trasporto degli idrocarburi del Golfo si assorbirà nel corso del 2026, quando le “scommesse” finanziarie danno il petrolio a 70 dollari al barile. Ma se lo Stretto di Hormuz rimarrà impraticabile per mesi (o peggio), quei 70 dollari non basteranno nemmeno a comprarne mezzo, di barile. E l’intera economia mondiale subirà una gelata storica.
Le compagnie petrolifere hanno acquistato mesi fa il greggio che oggi ritroviamo alla stazione di servizio, quindi a prezzi ben inferiori. L’aumento repentino ha due ragioni, una chiara e l’altra sottaciuta. Quest’ultima è la valanga di soldi immediati che le suddette fanno in questi giorni, nella speranza che le cose si aggiustino: lentamente, però. La seconda è che devono acquistare a caro prezzo ciò che sarà messo in vendita tra diverso tempo, magari a prezzi inferiori. O si tutelano, o per i loro conti sarà un bagno di sangue.
Una situazione che crea una massa di scontenti – tutti noi – e un’esigua platea di esultanti, tra i quali vanno esclusi i benzinai, i più penalizzati dalla situazione: questi violenti aumenti stimolano i più a girare a piedi o in bici…
Chi sorride sono gli Stati produttori, in particolare quelli con i costi estrattivi più alti; e le compagnie petrolifere per i motivi di cui sopra. Poi si spera che le leggi di mercato riequilibrino la situazione, stante il fatto che di petrolio in giro ce n’è tantissimo.
Si diceva del gasolio. È impazzito (e la benzina meno) perché è un carburante “rigido”: se l’auto a benzina può essere lasciata in garage a favore di una più piccola, dello scooter o del bus, il gasolio è invece il carburante usato in esclusiva da tutti i camion e gli autocarri del mondo, è la forza motrice della logistica mondiale, nel piccolo è usato per riscaldamento e per le auto che fanno tanta strada. E negli ultimi anni è prodotto sempre di meno dalle raffinerie, visto che lo si vuole escludere dal panorama per ragioni di transizione ecologica.
Infine il gas. Il Qatar è uno dei principali produttori e soprattutto liquefattori di metano. Ha gli impianti adatti per farlo trasportare via mare in mezzo mondo, Estremo oriente in primis. Pure in Italia (Delta del Po, Piombino e Ravenna). Anche qui: di metano nel mondo ce n’è a bizzeffe, ma non si attiva una fornitura alternativa in venti minuti.
Per “fortuna” che questa crisi, per l’Italia, è avvenuta nel momento migliore: le esigenze di riscaldamento stanno venendo meno, ancora non abbiamo acceso i condizionatori. Perché a noi il metano serve per scaldarci, ma anche per produrre energia elettrica. Soprattutto quando la produzione eolica e fotovoltaica latita: una centrale termoelettrica si può attivare in pochi minuti.
È per questo che, finora, il costo dell’elettricità è legato a quella prodotta con il gas (da qualche anno la più cara). È per questo che il governo fino a ieri voleva disaccoppiare questo collegamento. È infine per questo che sta tornando come un uragano l’uranio e l’energia atomica, magari con piccole centrali che possono essere realizzate entro un decennio.
L’Italia deve pensarci bene, alla sua dipendenza energetica che è quasi totale. Quando si è dipendenti da qualcosa, non si è mai indipendenti di fatto.