Chiesa
Che la ministerialità sia un nodo cruciale su cui la Chiesa di oggi è chiamata a interrogarsi sta diventando, nel tempo, sempre più evidente: le riflessioni, gli approfondimenti e i confronti sul tema si moltiplicano e animano una comunità ecclesiale che, su tutti i livelli, cresce in un clima di vivace fermento e di ragionamento su di sé, sulla propria missione e sulla propria organizzazione.
Tra i dibattiti più stimolanti, un posto di primo piano è riservato al ruolo che le donne occuperanno nella Chiesa di domani, ed è proprio su questo argomento che insiste anche il libro recentemente pubblicato da Luigi Mariano Guzzo, Eguaglianza battesimale e diseguaglianza ministeriale (Giappichelli editore), di cui si è discusso, con l’autore, in occasione del webinar organizzato da Irecoop Veneto e dall’Istituto superiore di scienze religiose di Padova il 5 marzo scorso. La novità introdotta dal contributo di Guzzo, sottolinea Donata Horak, docente di diritto canonico presso la Scuola di formazione teologica di Piacenza e interlocutrice nel webinar, è la capacità di tenere insieme riflessioni che appartengano ad ambiti diversi: liturgico, ecclesiologico e pastorale. C’è l’urgenza, infatti, che su tutti i livelli e in tutte le forme in cui si esprime, la Chiesa riscopra e valorizzi la grazia di essere un popolo di fedeli, resi uguali e fratelli in Cristo in virtù del battesimo. Purtroppo, invece, ancora oggi la comunità ecclesiale rimane gerarchicamente divisa tra coloro che vivono un sacerdozio comune, a cui è chiamato ciascun cristiano, e coloro che hanno accesso al sacerdozio ministeriale, spesso associato alla possibilità di esercitare un potere esclusivo. A questo si aggiunge il fatto che chiunque abbia diritto al ministero, e quindi al potere, è, a oggi, maschio.
Quali prospettive e speranze, dunque, per la Chiesa del domani? «Senz’altro – sostiene Horak – quella di una comunità ecclesiale che sappia stimolare le vocazioni di tutti – ma davvero tutti – i fedeli, maschi e femmine, ai ministeri, e che li sostenga nella ricerca dei propri carismi, che non deve più essere considerata soprattutto di pertinenza di chi riceve l’ordinazione presbiterale».
Ma non possono essere compiuti, da questo punto di vista, passi avanti, senza una riforma del diritto canonico, che tuttavia sembra essere ostacolata, a detta di Pierluigi Consorti, Università di Pisa, in primis dai canonisti stessi, in molti casi più inclini a giustificare le norme costituite che a metterle in discussione e a riformarle.
«Siamo abituati, erroneamente – ritiene Consorti – a considerare la legge della Chiesa una forma di espressione della volontà divina e perciò subordinata alla teologia. Quando, invece, discutiamo di diritto, sarebbe opportuno utilizzare argomentazioni giuridiche, non teologiche.
La prima esigenza della legge è infatti rispondere ai bisogni del popolo di Dio, ascoltando le sue esigenze e sostenendolo nel raggiungere la salvezza dell’anima: le regole che non hanno questi scopi sono superflue o dannose. Soprattutto se, come quando si considera la normativa sul ruolo delle donne nella Chiesa, si tratta di precetti frutto di privilegi che la società del passato – diseguale e gerarchica – riservava ai maschi».
È invece oggi il tempo in cui riconoscerci, nel battesimo, tutti ugualmente figli e figlie di Dio, accogliendo questa uguaglianza anche nella ministerialità e prendendo spunto, a questo proposito, anche dalle prassi spontanee che già sono messe in atto in alcune comunità. «Vi sono infatti servizi – afferma Patrizia Morgante, presidentessa dell’associazione Donne per la Chiesa – che già oggi vengono svolti da donne, pur senza il riconoscimento ministeriale, ed è giunto il momento di abbracciare davvero un’idea di Chiesa sinodale e non patriarcale, che incentivi al proprio interno il dialogo e la condivisione delle responsabilità tra uomini e donne».
D’altra parte, il rischio è che il tema venga evitato proprio a causa della cappa imposta dall’autorità ecclesiastica, che dà l’impressione di voler silenziare le riflessioni sull’argomento: «Le risposte finora date dalla teologia tradizionale sulla questione – sottolinea Luigi Mariano Guzzo, professore di diritto e religione presso l’università di Pisa e autore del libro – non sono state in grado di toccarne il cuore, e se ciò che impedisce alle donne di accedere al ministero è soprattutto legato a idee del passato, ormai superate, non è più procrastinabile un cambio di paradigma».
La riserva maschile, in questo campo, si baserebbe infatti solo su un pregiudizio antropologico che storicamente ha riguardato le donne, per secoli considerate subordinate agli uomini. Tuttavia, il Concilio Vaticano II, che ha sancito l’uguaglianza di tutti i fedeli nel battesimo e che lo ha posto a fondamento della ministerialità nella Chiesa, sembra aver riacceso il dibattito a riguardo, e l’invito che oggi Guzzo rivolge ai canonisti è di non lasciarsi intimorire dalla norma, irrigidendola e rendendola restrittiva, ma di stimolarla affinché possa rivelare soluzioni creative, incoraggiando processi di riforma da affrontare con fiducia e senza paura del cambiamento.
Nonostante la Commissione di studio sul diaconato femminile non sia ancora giunta a esprimersi in maniera definitiva sul tema, alcuni primi passi avanti sull’inclusione delle donne nella Chiesa sono già stati compiuti. Come nella Chiesa amazzonica, dove tante laiche presiedono la liturgia, guidano momenti di preghiera, pronunciano le omelie. O, ancora, si considerino anche molte curie vescovili in Italia, in cui ruoli di responsabilità vengono sempre più affidati a donne. Se, però, è un bene che vi sia questa forma di condivisione del potere, d’altra parte è anche necessario che il sistema di assegnazione di questi incarichi diventi sempre più trasparente e che si sganci dall’essere frutto delle scelte di una persona, per quanto ricettiva e disponibile si possa dimostrare: serve, in sostanza, che a queste “buone pratiche” si affianchi una più radicale riforma del diritto canonico.