Taybeh, nuovi attacchi dei coloni contro fabbrica e cava nell’unica cittadina cristiana della Cisgiordania
Nuovo attacco, stamattina, dei coloni israeliani a Taybeh, unica cittadina interamente cristiana della Cisgiordania: nel mirino proprietà pubbliche, una fabbrica di cemento e una cava. Da tempo il parroco, padre Fawadleh, denuncia incursioni nei terreni agricoli, furti di bestiame, vandalismi e restrizioni militari che aggravano isolamento, crisi economica e insicurezza dei residenti
Nuovo attacco dei coloni israeliani questa mattina a Taybeh. A denunciarlo al Sir è il parroco latino della città, l’unica interamente cristiana della Cisgiordania, non lontana da Ramallah, padre Bashar Fawadleh. “Questa mattina – racconta – più di 30 coloni sono entrati nel sito di una cava e di un impianto di betonaggio situati a ovest della città, dove hanno svolto rituali e preghiere talmudiche”. Già ieri i coloni erano penetrati nel sito assumendone di fatto il controllo, “configurando – ribadisce il parroco – una grave escalation e una chiara violazione dei diritti di proprietà, e sollevando serie preoccupazioni riguardo al tentativo di imporre nuovi fatti sul terreno. Gli stessi coloni sempre ieri hanno issato una bandiera israeliana sopra uno dei serbatoi dell’impianto, indicando ulteriormente un tentativo di affermare il controllo sul sito. Un atto provocatorio che ha suscitato la rabbia dei residenti”. Si tratta solo dell’ultimo episodio di una lunga serie di violazioni e aggressioni denunciate da padre Fawadleh, che ogni mese diffonde un report dove elenca gli attacchi dei coloni israeliani e le restrizioni imposte ai palestinesi residenti dall’esercito israeliano e intensificatesi dopo il 7 ottobre 2023.
Rapporto febbraio 2026. Nell’ultimo rapporto, relativo al mese di febbraio scorso e pervenuto al Sir, padre Fawadleh riporta una serie di ripetute incursioni nei terreni agricoli privati, con episodi di vandalismo, distruzione di infrastrutture rurali e furti di bestiame. Particolarmente colpita l’area agricola di Dar Jaser, dove i coloni hanno più volte danneggiato recinzioni e barriere, costringendo i proprietari a continui interventi di riparazione in un contesto di forte incertezza. Tra gli episodi documentati, il 28 febbraio un gruppo di coloni è entrato nei terreni della famiglia Al-Khoury, rubando un cavallo e il suo puledro. Secondo testimoni, le forze dell’esercito e della polizia israeliana, giunte sul posto, avrebbero accompagnato i coloni all’uscita dell’area con gli animali sottratti, alimentando nei residenti la percezione di impunità. Parallelamente, la popolazione deve affrontare crescenti limitazioni agli spostamenti a causa dell’installazione di numerosi cancelli militari agli ingressi della città, aperti e chiusi a discrezione delle autorità israeliane. Queste misure, si legge nel rapporto, ostacolano l’accesso al lavoro, ai terreni agricoli, all’istruzione e ai servizi sanitari, accentuando l’isolamento della comunità. Le conseguenze sono pesanti: aumento dello stress psicologico, soprattutto tra agricoltori e allevatori, e un peggioramento delle condizioni economiche, già aggravate dalla guerra in corso, con un incremento della disoccupazione.
Appello alla comunità internazionale. Il parroco, a riguardo, richiama il rispetto del diritto internazionale umanitario, in particolare della Quarta Convenzione di Ginevra (1949), che impone alla potenza occupante la protezione dei civili e delle loro proprietà. Le pratiche documentate – distruzione di beni, furti e attacchi ai terreni agricoli – sollevano gravi preoccupazioni giuridiche. Da qui gli appelli all’Unione europea, alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale affinché rafforzino il monitoraggio, promuovano missioni sul campo e intervengano diplomaticamente per garantire la protezione dei civili palestinesi e l’accesso sicuro ai mezzi di sussistenza. La storia di Taybeh e della Cisgiordania non è, per padre Fawadleh, un capitolo marginale del conflitto mediorientale. Si tratta “del volto quotidiano di una comunità che lotta per restare nella propria terra, custodendo una presenza che affonda le radici nei primi secoli del cristianesimo. In questo scenario complesso e doloroso, la voce dei cristiani di Cisgiordania chiede di non essere dimenticata”.