Un vecchio proverbio africano recita «ci vuole un villaggio per far crescere un bambino» e questo è il motivo per cui oggi è sempre più difficile. Il villaggio come luogo dell’incontro, della responsabilità condivisa, di cultura educativa, di scambio e riflessione sulle azioni, di fratellanza e solidarietà. Quanto mancano queste cose a un figlio della nostra comunità, oggi? Credo che se avessimo il coraggio di guardare attentamente, ci scopriremmo sempre più legati a uno stereotipo ereditato da un’economia che oramai stride fortemente con la nostra dimensione umana: a casa mia faccio quello che voglio io.
Per alcune accezioni questa regola potrebbe ancora avere un senso, se intesa come gestione della proprietà o per alcuni vezzi legati alla quotidianità personale di ciascuno, ma per molti altri connotati questo proverbio cozza violentemente con la realtà che sempre più privato e pubblico, locale e globale non hanno più confini così separati. E se è vero che anche questo porta a confusione e smarrimento soprattutto nei giovani, è anche vero che a un occhio più attento non può sfuggire il fatto che un ragazzo non è solo figlio della famiglia che lo partorito. È sempre e comunque anche un figlio di quel villaggio, quella comunità che gli appartiene e che su di lui nutre delle aspettative, lo dota di diritti ma gli impone anche dei doveri.
I figli quindi sono un frutto di quel villaggio che ha il desiderio di crescere assieme ed è per questo che vanno a scuola, in parrocchia, per strada, al cinema, in treno ed è per questo che ci aspettiamo una condotta di vita più simile al rispetto delle regole che all’infrazione, più incline alla libertà che al bisogno.
Ma qualcosa in questi aspetti si è rotto, si è dissolto in un lontano passato nel quale la responsabilità dell’adulto era verso tutti i figli della sua comunità e il controllo sociale, piuttosto che un organico pensiero educativo, era patrimonio culturale di tutti. Ora sembra tutto da ricostruire, dalle fondamenta. È un tempo propizio per provare percorsi nuovi, per i quali vale la pena indicare qualche criterio.
Il primo è quello della corresponsabilità e della reciprocità. Si costruiscono legami positivi e duraturi se vi sono atteggiamenti di rispetto reciproco, tra le persone e tra le istituzioni, e se tutti i soggetti si vivono in un rapporto di parità, senza stabilire delle gerarchie approvate o implicite. Ciò che lega questi soggetti è il comune interesse per i ragazzi, è l’avere a cuore la loro crescita: questo rende responsabili nel costruire dei legami positivi, capaci di riconoscere l’identità e il ruolo educativo dell’altro e di costruire una relazione all’insegna della valorizzazione delle specifiche originalità. Si tratta di legami da costruire, al di là dell’informalità, con determinazione e disciplina.
Il secondo criterio è quello della identità e del dialogo. Occorre essere consapevoli del proprio specifico modo di educare: quello della famiglia, della comunità, della scuola, della società sportiva. Ciascuno ha un contributo importante da dare ma in rapporto con il contributo di altri: una relazione dialogica, aperta, che riconosce il proprio valore e la parzialità del proprio punto di vista. È questo che può dare vita a dialoghi significativi, in cui si mettono a confronto le differenti culture educative dei soggetti in campo.
In questa prospettiva, tutti sono chiamati a mettersi in gioco e a fare la loro parte di adulti, sollecitati in questo dalla responsabilità verso i più giovani: un’altra delle situazioni in cui appare evidente come l’educazione dei più giovani aiuti a far crescere gli adulti che si dedicano a essi.
Anche le istituzioni pubbliche hanno un ruolo importante in questo dinamismo che costruisce legami e dunque costruisce comunità, appartenenza, genera servizi migliori per i giovani. Non si tratta di pensare a iniziative di cui le istituzioni pubbliche debbano essere protagoniste; piuttosto, l’istituzione ha il compito di favorire i legami, di contribuire a tessere le reti che fanno comunità: censire ciò che di positivo esiste sul territorio, dar vita a tavoli che facciano incontrare i protagonisti, mettere a disposizione risorse perché ciò che di positivo e di serio si progetta possa essere realizzato e possa contribuire a dare sempre più valore al servizio di coloro che si dedicano alle nuove generazioni.