Idee
“Oggi noi siamo maturi per la speranza, Perché per parlare di speranza bisogna cominciare col guardare la disperazione in faccia. Il nostro primo dovere di sentinelle è guardare la notte così come si presenta”. Lo scrive il teologo domenicano Adrien Candiard nel libro “La speranza non è ottimismo”. Le sue parole arrivano in una Pasqua attorno alla quale la storia dell’umanità continua a scorrere con ombre inquietanti che sembrano inghiottire ogni luce. In questa oscurità diventa difficile la ricerca di segni di speranza e ancor prima del senso stesso della speranza.
Il buio è posto in così grande e frequente rilievo da rendere pressoché naturali l’assuefazione e la rassegnazione.
Eppure, segni di speranza ci sono, nel disorientamento possono essere ritrovati nelle pieghe della cronaca e possono offrire motivi per lottare nel buio, per guardare con fiducia al futuro oppure per non cadere in quell’allegro fischiettare al buio che contraddistingue un ottimismo ingenuo e illusorio.
“Alla speranza – aggiunge Candiard – è necessario il coraggio perché per poter sperare, sperare veramente, bisogna accettare di rinunciare all’illusione, alle false speranze, a tutte le false speranze – ed è una rinuncia particolarmente dolorosa”.
La speranza ha bisogno del coraggio di contrastare, con retta coscienza, le menzogne e le ambiguità che sono all’origine del male, dell’odio, del potere malato.
Anche la Pasqua ha bisogno di coraggio, del coraggio dell’angelo che in quel mattino di primavera ha osato dire alle donne che la morte era stata vinta dalla vita e che quindi dovevano cercare altrove colui che pensavano morto.
Candiard nel suo libro sceglie curiosamente l’immagine dell’acrobata che sembra del tutto lontana da quella dell’angelo.
Ma l’acrobata secondo il giovane teologo domenicano francese è colui che osserva il mondo con gli occhi di Dio, un mondo dove il bene dato per vinto è in realtà il vincitore ed è colui che ha l’ultima parola.
L’acrobata come l’angelo non vede un modo al contrario, vede un mondo in cui il coraggio sconfigge la paura, la fiducia sostiene un passo dopo l’altro, lo sguardo non si smarrisce nel nulla.
L’acrobata di Candiard sa perché il filo fragile della speranza sul quale cammina è teso, non oscilla, sostiene un peso che è solo quello del corpo.
C’è una grande diversità tra l’angelo e l’acrobata: forse non è così grande. Nel giorno di Pasqua entrambi chiedono all’umanità uno sguardo diverso. L’angelo invita a cercare un volto i cui contorni sono quelli della speranza che non fugge dall’oscurità per salvarsi ma entra nell’oscurità per rischiararla. L’acrobata si fida di un filo teso sul vuoto, si fida di chi gli dona il coraggio di percorrerlo per attraversare lo spazio che separa la disperazione dalla speranza.