Idee
L’abbandono del vecchio sé non è indolore. Eppure è uno degli elementi-cardine della storia della letteratura, dell’esistenza di alcuni santi, della vita di ogni giorno. Vitangelo Moscarda, il protagonista dell’ultimo romanzo di Pirandello, “Uno, nessuno e centomila”, uscito in volume esattamente cento anni fa, deve pagare il prezzo di quell’abbandono, affrontando il rischio della derisione e della mancanza.
L’eroe senza qualità, come scriverà Musil nel suo capolavoro, sceglie in Pirandello di abbandonare tutto il bel po’ di fortuna che il fato -in questo caso l’eredità paterna- gli aveva concesso. Scegliendo coscientemente di fare questo, Vitangelo deve passare per gli scogli del disprezzo della comunità. Il lettore avrà già intuito le affinità sorprendenti, che molti hanno ignorato, con un evento che si è realmente verificato ed è rimasto per sempre nell’immaginario collettivo: la spoliazione di Francesco di Pietro di Bernardone nella Assisi del 1206.
“Uno, nessuno e centomila” è il romanzo terminale d’occidente. Esce su “La fiera letteraria” tra il dicembre 1925 e il giugno 1926, prima di essere edito in volume nel ’26, ma la sua gestazione risale a molti anni prima: il 1909 di un saggio, dal titolo emblematico, Non conclude, in cui lo scrittore sottolineava che l’allontanamento dell’uomo dalla natura è la causa di ogni male, perché “noi (che) siamo in lei, (che) siamo lei stessa”, e soprattutto perché la vita è un flusso continuo.
“Uno, nessuno e centomila” è davvero il romanzo terminale delle (in)certezze d’ occidente: rispondeva ai dubbi di Woolf, di Svevo, di Musil, di Kafka e di Joyce, che mostravano i loro personaggi nei dubbi nella incapacità di scegliere davvero. Altri, come Hesse e T. E. Lawrence, stavano indicando strade diverse, ben oltre le certezze iper-razionaliste.
Anche questo romanzo offre nuove soluzioni. Intanto quella di un “Dio-di-dentro” contrapposto al “Dio-di-fuori” dell’assuefazione, dell’abitudine: “A me era sempre bastato averlo dentro, a mio modo, il sentimento di Dio; un Dio che soffre con chi e in chi cerca disperatamente la verità e anche quando viene strumentalizzato per il denaro e il potere, un Dio che s’era sentito ferito in me”.
Moscarda si libererà dalla tirannia delle cose e delle maschere spogliandosi di tutto e scegliendo una vita radicalmente diversa. Pazzo per gli altri, come Francesco, come tutti coloro che scelgono l’autenticità dell’apparente poco: l’alba, la campagna, le nubi, il cielo e “questi fili d’erba, teneri d’acqua”.
Non sfuggirà che nelle pagine finali di questo romanzo si fa largo un inno alla natura che ricorda molto il Cantico di tanti secoli prima, ma anche la Emily Dickinson che celebra la bellezza abissale del giardino.
Se per la poetessa della Nuova Inghilterra il tutto poteva coincidere con “un potere di farfalla”, grazie alla capacità dell’occhio interiore che riesce a cogliere “la traccia divina” nel paradiso del proprio giardino, per l’uomo pirandelliano i “fili d’erba teneri d’acqua”, il sole che sorge, e le “campagne deserte e attonite” segnano la fine del razionalismo e il tentativo di tornare nel tutto da cui l’uomo si è lentamente allontanato.
Quel tutto celebrato secoli prima da un uomo che aveva deciso di spogliarsi di tutto, sfidando i progetti del padre, cantando la bellezza dell’acqua, del sole, della natura, che lo avrebbe da allora in poi ospitato, protetto dal freddo e accompagnato nel sonno dal canto delle sue creature.