Fatti
“Qui a Taybeh, festeggeremo la Pasqua con i fratelli ortodossi il 12 aprile. In passato, la Domenica delle Palme facevamo una grande processione per il villaggio, tutti i riti del triduo fino alla Veglia pasquale con il Fuoco sacro. Adesso con la guerra, con gli attacchi sempre più frequenti dei coloni, l’ultimo solo pochi giorni fa, dovremo rivedere tutto”.
Padre Bashar Fawadleh è il parroco latino di Taybeh, unico villaggio interamente cristiano della Cisgiordania, a poche decine di chilometri da Ramallah, e al Sir rinnova con decisione le sue denunce che riporta quasi quotidianamente all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale e non, e alle varie diplomazie i cui rappresentanti hanno spesso fatto visita al villaggio.
La violenza dei coloni. “I coloni invadono, impunemente, le nostre proprietà, incendiano auto e case, occupano con il loro bestiame le nostre terre, aggrediscono i nostri abitanti” rimarca il sacerdote. Un’escalation di violenze, restrizioni e pressioni crescenti sulla popolazione civile. Una realtà che si inserisce nel contesto più ampio dell’occupazione israeliana e di una “guerra invisibile” che raramente trova spazio nel racconto mediatico. Nel suo ultimo report (marzo 2026) padre Bashar scrive: “I posti di blocco e le chiusure imprevedibili da parte israeliana hanno limitato la libertà di movimento, incidendo sull’accesso ai servizi essenziali e generando instabilità nella vita quotidiana. I coloni sono entrati ripetutamente nei terreni agricoli, ostacolando il lavoro dei contadini”, fino ad arrivare a episodi simbolicamente e politicamente rilevanti. Nei giorni scorsi, infatti, “un gruppo di circa 30 coloni ha occupato una cava e un impianto di calcestruzzo nella parte occidentale di Taybeh, espellendo lavoratori e proprietari, issando la bandiera israeliana e recitando preghiere talmudiche”.
Per padre Fawadleh “questi atti non sono isolati, ma parte di una strategia che utilizza gesti religiosi simbolici come primo passo per stabilire una presenza territoriale”, creando “fatti compiuti” destinati a consolidarsi nel tempo. Sono violazioni, ribadisce, che “sollevano gravi preoccupazioni rispetto alla Quarta Convenzione di Ginevra”, in particolare per quanto riguarda “la protezione dei civili, dei beni privati e il divieto di trasferimento della popolazione nei territori occupati”. Il sacerdote evidenzia inoltre i rischi futuri: “la possibile ripetizione delle incursioni, il passaggio da una presenza simbolica a strutture permanenti e l’indebolimento della presenza cristiana”, con il timore di una progressiva emigrazione.
La Pasqua. “Fra pochi giorni celebreremo la Pasqua – racconta padre Bashar -. Presto faremo una riunione tutti i parroci delle tre chiese presenti a Taybeh, latini, melchiti e greco-ortodossi, con il sindaco per capire come celebrare degnamente la Pasqua imminente. Certamente non faremo processioni, abbiamo paura dei razzi e dei missili che potrebbero colpire e abbiamo timore delle incursioni dei coloni.
Ma ciò che possiamo e dobbiamo fare – ribadisce il parroco – è celebrare la Pasqua con speranza, con amore, con resilienza. Di una cosa siamo certi, infatti: l’attesa del terzo giorno, la Resurrezione che per noi è anche rinascita sociale della nostra città, della nostra comunità, dei nostri diritti e della nostra libertà”.
L’appello. “Noi desideriamo vivere nella nostra terra, nelle nostre case, in pace, nella giustizia, nel rispetto dei diritti. Sappiamo, e tutti i nostri fedeli lo sanno, che Gesù, nato a Betlemme, sulla croce ha sconfitto la morte e ci ha donato la vita eterna. Intorno a lui celebriamo e festeggiamo questa vittoria. Il Calvario – sottolinea padre Bashar – è solo una tappa da percorrere per arrivare alla tomba vuota di Cristo, alla liberazione dalla morte. È con questo spirito che cerchiamo di prepararci alla Pasqua. Siamo orgogliosi della nostra fede, delle nostre tradizioni, qui cattolici e ortodossi siamo uniti nella gioia, siamo una sola famiglia. Insieme affrontiamo le difficoltà e le durezze che la vita qui ci pone davanti, attacchi, occupazione ed è per questo che in vista della Pasqua lancio un appello alle Chiese del mondo e alla comunità internazionale: “siamo sotto attacco dei coloni ebrei, circondati da check point militari.
Restate al nostro fianco, vicino a Taybeh e alla Cisgiordania. Non abbandonateci, soprattutto in questo tempo di Pasqua.
Chiediamo protezione, aiuto. Noi, ripeto, desideriamo vivere in sicurezza nella nostra terra dalla quale non andremo via. In gioco è la sopravvivenza di una comunità cristiana radicata storicamente nella Terra Santa”. Restare e vivere in pace: la Pasqua a Taybeh è anche questo.