Chiesa
Ogni cristiano ha vissuto questo tempo che ha portato alla solennità della Pasqua di Resurrezione come un momento di promessa e di rinnovamento. Le nostre chiese erano piene di uomini, donne, giovani, ragazzi e ragazze pronti a “ricominciare” una vita nuova, diversa. Giorni intensi, che non hanno cancellato dolori e problemi, ma li hanno attraversati con una luce nuova.
A Pietrelcina, il paese che ha dato i natali a Padre Pio, questa luce ha avuto, quest’anno più che in altri, un sapore particolare. Nella terra del giovane Francesco Forgione, in quella chiesa-parrocchia (dedicata a Santa Maria degli Angeli e oggi anche santuario diocesano dedicato a Padre Pio) che ha illuminato le sue prime preghiere, che ha accompagnato i suoi passi incerti verso la santità, la comunità parrocchiale, guidata dal giovane frate cappuccino fra Daniele Moffa, cerca di trovare un cammino possibile.
I giorni del Triduo si sono aperti con un altare della reposizione ispirato alla chiesetta della Porziuncola di Assisi, la piccola cappella francescana presso la quale san Francesco morì ottocento anni fa. L’allestimento, ricco di richiami iconografici, ha voluto sottolineare il legame spirituale tra il Poverello d’Assisi e il santo di Pietrelcina, che proprio in questa chiesa celebrò la sua prima Messa il 14 agosto 1910, quattro giorni dopo l’ordinazione sacerdotale avvenuta nel duomo di Benevento.
Poi, le meditazioni per la Via Crucis cittadina, scritte dagli abitanti del luogo, hanno raccontato una verità semplice e profonda: la croce non è mai solo un peso, ma un luogo di incontro. C’è chi ha parlato della responsabilità di essere padre, con il timore di sbagliare e la fatica di portare sulle spalle il futuro dei figli. C’è chi ha raccontato la malattia improvvisa, che spezza il ritmo della vita e lascia senza fiato. C’è chi ha condiviso la solitudine, la distanza che può insinuarsi anche dentro un matrimonio, fino a far temere di essersi perduti. C’è chi ha confessato le proprie ricadute, le proprie fragilità, le cadute che sembrano sempre le stesse ma non lo sono mai davvero. E c’è chi, come i bambini, ha saputo guardare alla croce con stupore e gratitudine, riconoscendo in Gesù il Salvatore.
Ogni meditazione, in ogni stazione, aveva un filo che le univa tutte: Gesù non rimane a terra. Gesù cade, ma si rialza. E nel suo rialzarsi porta con sé ogni nostra caduta: le cadute degli anziani, quelle della malattia, del lutto, le cadute che si vivono nelle famiglie tra marito e moglie, genitori e figli, le cadute dei giovani spesso a rischio di sbandare credendo in cose illusorie.
Parole scritte e meditate che hanno mostrato che la fede non è un rifugio per chi non ce la fa. La fede è una forza che sostiene chi lotta attraverso piccoli passi, piccoli gesti quotidiani, piccoli — ma spesso grandi — incontri che cambiano la vita. Sì, proprio così. E lo si “leggeva” tra le righe ascoltando quelle meditazioni raccontate con semplicità ma con un messaggio chiaro: nel momento più buio è arrivata una luce. Un gesto inatteso, una parola ascoltata in chiesa, un abbraccio ritrovato, un volto che asciuga le lacrime come Veronica, una mano che sostiene come Simone di Cirene. È così che la Pasqua entra nella vita: non con clamore, ma con una delicatezza che sorprende.
In questo cammino, un posto speciale lo hanno avuto — e lo hanno — i giovani dell’oratorio di questo piccolo borgo. Le loro testimonianze sono forse le più disarmanti e vere. Un giovane ha scritto che prima cercava divertimenti vuoti, che “ferivano lui e gli altri”; poi l’oratorio gli ha mostrato che la gioia vera nasce dalle cose semplici, dall’amicizia, dalla condivisione, dal sentirsi amati. È un racconto che vale più di mille discorsi: dice che la comunità può essere casa, che la fede può essere festa, che la vita può cambiare e cambiare realmente. Basta qualcuno che ti guarda con amore.
L’oratorio, oggi, è davvero un piccolo miracolo quotidiano: un luogo dove i ragazzi imparano a fidarsi, a camminare insieme, a scoprire che non serve essere forti o perfetti per essere amati. È un laboratorio di fraternità, un seme di futuro per Pietrelcina. E il parroco, con la sua dedizione, sta costruendo un ponte tra generazioni, perché i giovani non siano spettatori ma protagonisti della vita della comunità. Una comunità che non vuole chiudersi ma essere aperta a tutti, fedeli del luogo e pellegrini. Il giorno di Pasqua questo centro ha visto circa 20mila pellegrini visitare i luoghi di padre Pio.
La Pasqua, allora, è stata — per chi l’ha vissuta anche da “ospite” — un invito a diventare una comunità che rialza, una comunità che ascolta, una comunità che accompagna, una comunità che non lascia solo nessuno. Una comunità che non giudica, ma offre una mano concreta senza scandalizzarsi delle fragilità di ognuno. Fragilità che la comunità accoglie e fa sue, che non chiude gli occhi e che aiuta a guardare avanti per poter dire: “Ricominciamo da qui”, dalla luce della Pasqua. Come ricordava Padre Pio la croce non è mai l’ultima parola, la sofferenza può diventare strada, la vita può sempre rinascere e si può sempre ricominciare. Il tempo pasquale chiede di credere che ogni fine può diventare un inizio, perché la Pasqua è il tempo in cui il Risorto cammina davvero accanto a noi.