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L'Aclista padovano
L'Aclista padovano #07 2026

sabato 18 Aprile 2026

Referendum. L’Italia che partecipa

I giovani hanno espresso voglia di futuro e di democrazia. Un seme da coltivare
Maurizio Drezzadore

Le numerose iniziative promosse dalle Acli di Padova nei diversi territori hanno spesso evidenziato che le ragioni del Sì non erano in netta contrapposizione rispetto a quelle del No. A guardare nel merito alcune preoccupazioni di fondo potevano essere condivise e ci potevano essere intenti comuni sui quali costruire una riforma.
A riprova c’è il fatto che in questi ultimi trent’anni molti governi di diversa ispirazione hanno messo mano in particolare a provvedimenti sulla separazione delle carriere, a dimostrazione che su questo tema una comune consapevolezza si era comunque formata. Inoltre, alcuni esponenti dell’area riformista e alcuni autorevoli giuristi cattolici sostenitori delle ragioni della riforma non possono certo essere considerati fan delle forze dell’attuale governo. Insomma, non mancavano le condizioni per un percorso condiviso; semplicemente il governo ha scelto la strada opposta. Contrariamente a quello che le Acli di Padova fin dall’inizio hanno sostenuto, solo tardivamente la campagna elettorale è mutata: le ragioni di merito – molto tecniche e di non facile valutazione – hanno lasciato il passo alle ben più evidenti ragioni di metodo. Sono state principalmente queste ultime che hanno inciso nell’orientamento del voto: l’elettorato non ha considerato immodificabile la Costituzione, ha respinto la volontà di cambiarla a colpi di maggioranza, ha bocciato la pretesa che il mandato elettorale ottenuto da questo esecutivo lo legittimasse a cambiare le regole degli equilibri tra i poteri dello Stato unitariamente voluti dai padri costituenti, ha detto che spetta al Parlamento cambiare la Costituzione e non al Governo, perché le regole della vita democratica devono continuare a essere di tutti e non di una parte che prevarica sulle altre. Se ce l’hanno fatta nel 1948 democristiani e comunisti, ce la poteva fare certamente anche l’attuale Parlamento.
Ad arricchire questo improvvido scenario fatto di arroganza si sono aggiunte espressioni da tifoseria anche da parte di esponenti del Governo, rendendo sempre più evidente che per molti si trattava della resa dei conti con i magistrati e che non era del tutto infondata la percezione di parte dell’elettorato che c’era qualcosa di preoccupante in tanta prepotenza. Che non era infondato il rischio di impoverimento della democrazia mettendo in correlazione la riforma della magistratura con l’eccessivo premio di maggioranza della riforma elettorale e il premierato.
Proprio perché nella campagna referendaria ha prevalso questo sconsiderato atteggiamento, oggi l’Esecutivo non deve lasciare che la Giustizia esca dall’agenda politica. Restano da risolvere i veri e annosi problemi: la lunghezza eccessiva dei processi, la scopertura degli organici, la carenza delle sedi, il sovraffollamento delle carceri e il trattamento dei detenuti, visto l’elevato livello di suicidi che si è registrato anche nel nostro carcere circondariale di Padova. Temi evocati nella Via Crucis diocesana tenutasi presso la casa di reclusione Due Palazzi a sottolineare che la civiltà di una nazione si misura dalle carceri. Sono state inoltre un monito per tutti, cattolici e non, le parole pronunciate recentemente dal card. Zuppi nell’introduzione dei lavori del consiglio permanente della Cei: «Tenendo sempre conto l’equilibrio tra i poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che tutti devono preservare, ci auguriamo che sia scelta la via di un dialogo responsabile e costruttivo tra le forze sociali e culturali e le diverse forze politiche nella ricerca dell’indispensabile consenso possibile intorno a soluzioni di bene». Parole inequivocabili che certo non sospingevano all’equidistanza.
Ma il voto del referendum è stato anche l’occasione per esprimere un serpeggiante malcontento: e qui sono emerse ragioni di contesto. In particolare di fronte alla nuova guerra in Iran e nel Libano col suo inaccettabile carico di vite umane, di cui non si comprendono ragioni e finalità, che ci sta trascinando dentro la più grave crisi energetica degli ultimi trent’anni con le conseguenze sui prezzi dei carburanti che ben sappiamo – di fronte alla percezione di insicurezza ben espressa del monito del cardinale americano Blase Cupich metropolita di Chicago: «Viviamo in un’epoca in cui la distanza tra campo di battaglia e il salotto di casa si è drasticamente ridotta» – si stanno infrangendo i tentativi della nostra presidente del Consiglio di rimanere agganciata alle forze della destra più antidemocratica. Le cose stanno cambiando anche a Padova e la vastissima partecipazione alla marcia silenziosa per la pace del 30 marzo promossa dall’associazionismo è un evidente segnale che una nuova consapevolezza sta nascendo, e che nessuna guerra di aggressione potrà più trovare giustificazione nella coscienza del nostro popolo.
Lo strizzare l’occhio a Trump, a Netanyahu e a Orban, l’ondivago posizionarsi in Europa, l’entrata come osservatore nel board trumpiano per Gaza evidenziano sempre più come oggi il lacerato quadro internazionale stia rendendo equivoca la collocazione dell’Italia agli occhi di molti nostri concittadini. Cominciano inoltre a dare segni di cedimento le strategie dell’estrema destra europea, dall’Unione Civica Ungherese di Orban al Rassemblement National di Le Pen in Francia fino all’AfD in Germania. Il presidente americano, fino a qualche settimana fa, punto di riferimento di questa avanzata dell’estrema destra antidemocratica, è diventato in quest’ultimo periodo sempre più il simbolo degli eccessi: di chi non rispetta le leggi e il Parlamento, di chi calpesta i diritti dei cittadini specialmente gli immigrati, di chi se ne infischia delle sentenze dei giudici. E con la guerra in Iran sta precipitando nel consenso interno dopo aver perso ogni possibile credito internazionale.
Il referendum ci ha riservato anche la bella sorpresa di una dinamica democratica che può rivitalizzarsi uscendo da un ciclo che poteva apparire di declino irreversibile. Un inatteso rilancio della partecipazione si è manifestato con l’affluenza alle urne che ha recuperato terreno sia rispetto ai precedenti appuntamenti referendari, sia rispetto alle elezioni europee, avvicinandosi al 60 per cento. Se c’è una cosa assolutamente preziosa che tonifica le istituzioni quella è la partecipazione democratica; se poi la partecipazione registra le percentuali più alte proprio tra i giovani allora è veramente un bel segnale. Magari oggi i giovani in politica hanno poche idee, ma il referendum ha fornito loro una occasione con un forte significato simbolico proprio perché riferito alla Costituzione.
È una partecipazione giovanile avvenuta all’insegna del dissenso manifestando un disagio che era solo ignorato dalla politica ma ben noto in tutti i suoi caratteri emergenziali: alta disoccupazione, basse retribuzioni, difficoltà di accesso al mercato delle abitazioni, limitazioni alla costruzione di una vita autonoma, fuga verso l’estero. Tutte condizioni generalizzate del contesto giovanile che stanno alla base di questa nuova ondata di partecipazione rivolta a costruire una società diversa. A dimostrazione che la distanza dei giovani dai partiti non è disinteresse ma un giudizio severo sul quadro attuale della politica italiana ed esprime il desiderio di una nuova qualità dell’agire pubblico. Una lontananza sempre più profonda da una politica tutta protesa al consenso immediato che ha generato effetti distributivi fortemente sbilanciati tra generazioni, addossando costi molto elevati a quelle future. Quindi il significato profondo del No espresso dai giovani al referendum non è solo preoccupazione per il loro futuro, ma una richiesta di nuova qualità della vita pubblica e di recupero di credibilità della politica. A noi il compito di coltivare questa pianticella perché possa dare frutto.

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