L’episodio di Massa racconta tragicamente una questione culturale. La nostra capacità di adulti di educare le giovani generazioni a un limite che non sia limitante ma che apra profondamente al senso della libertà. Se potessimo chiedere a qualsiasi ragazzo o ragazza di questo tempo che cosa significa libertà risponderebbero senza ombra di dubbio «fare quello che voglio». È questo potere che fa la differenza nelle azioni quotidiane dei nostri giovani e non solo. Non capita forse anche a noi adulti di innescare dei comportamenti maggiormente rabbiosi o irosi nei confronti delle situazioni quotidiane, in macchina o in coda alla posta quando qualcuno si permette di ostacolare il nostro percorso?
Da quando la tecnologia ha preso il sopravvento sulla cultura anche l’umano è chiamato costantemente a superarsi nella grande fatica e frustrazione di non poterlo fare in tutte le direzioni. Quando è l’umano a cedere, cedono anche tutte le condizioni che lo rendono umano. Il limite che identifica, sorregge, struttura, definisce l’umano si stempera e l’azione o meglio la reazione diventa costitutiva cioè travalica il fare e diventa un essere. Quindi si ha il potere di compiere ciò che è possibile compiere senza la capacità o la possibilità di trattenersi.
Quello che quei cinque ragazzi di Massa hanno compiuto nasce dalla posizione culturale di poter travalicare quei limiti di socialità, di empatia e di umanità che non gli sono stati insegnati. D’altro canto c’è il desiderio giusto di qualche adulto di portare un argine comportamentale in tutte quelle situazioni nelle quali le giovani generazioni hanno un atteggiamento discutibile, deviante o addirittura pericoloso. Il confine, il fine comune, tra l’azione liberticida della violenza e l’azione educativa dell’adulto si è infranto in quella reazione tragica che ha lasciato a terra un padre di famiglia. Cosa ne facciamo ora di questa situazione? La giustizia farà il suo corso e se dovesse verificare le responsabilità ci saranno le sanzioni necessarie. Basteranno? Basteranno a placare gli animi giustizialisti della folla? Sarà fatta veramente giustizia nel senso profondo del termine? Si farà giustizia solo se dopo l’eventuale giusta condanna, ci potrà essere un percorso di re-umanizzazione che aiuti quei giovani a trovare il limite e ritrovare la libertà. Ci vorrà tempo quello giusto, quello necessario, quello indispensabile che possa far passare loro attraverso le azioni brutali commesse per permettere loro di risorgere da questa morte. Che l’errore sia chiaro, sia certo e che la responsabilità sia corrispondente ma con la stessa pretesa della sanzione ci sia anche la possibilità di ritornare alla vita, perché la ferita imposta alle altre vite possa diventare feritoia e far rientrare la luce necessaria a trovare un nuovo senso per vivere.
Non penso a scappatoie, non vorrei sconti o magheggi vari, vorrei solo che da questa tragedia possa nascere qualcosa di buono, perché se a tragedia deve seguirne un’altra allora non siamo ancora capaci di trovarne il senso, nonostante lo sgomento e l’ingiustizia per la morte di quell’uomo. O proviamo ad accompagnare i giovani nel trovare senso alla vita o perderemo anche le loro. Credo che il tempo pasquale che stiamo vivendo possa donarci uno sguardo nuovo, capace di far nascere dal dolore e dalla rabbia, una vita nuova, perché ci sia più gioia per un peccatore pentito che per novantanove giusti.