Fatti
Sono bastati pochissimi anni per passare dalla Festa del lavoro che non c’è, alla Festa dei lavoratori che non ci sono. Decenni di narrazione basata sul dramma della disoccupazione sono stati soppiantati, in questo decennio, da una situazione che vede l’Italia con il record di occupati (62,5%, comunque basso rispetto al resto d’Europa) e con solo il 6,5% di disoccupati (ma molte regioni stanno poco sopra il 4%, considerata la soglia della piena occupazione).
Le cause? Due, stante un tessuto economico invariato e un tasso di crescita del Pil quasi inavvertibile: la stretta sull’immigrazione straniera; la crisi demografica, con sempre meno giovani. I quali vengono “indagati” da continue ricerche per capire cosa passa dalle loro teste.
Tante belle conclusioni, sostanzialmente riducibili a due: cercano un lavoro che li soddisfi e che non sia pagato una miseria. Conclusioni lapalissiane, si dirà, se non fosse che veniamo da una storia di sogno del posto fisso a qualunque costo. Ecco: il posto fisso può anche andare bene – ma non fa più sognare –; a qualunque costo no. Cercano un ambiente stimolante, armonioso, che sappia valorizzarli, nel quale interagire con i colleghi.
Cercano pure una retribuzione almeno dignitosa, e anche questo desiderio non è banale. Lo testimoniano le decine di migliaia di giovani che ogni anno varcano il confine per cercare (migliore) fortuna all’estero; lo comprovano il milione e mezzo di lavoratori cosiddetti “poveri”. Insomma, con retribuzioni così basse che – soprattutto nelle medio-grandi città – permettono a malapena di arrivare a fine mese e con notevoli sacrifici.
Insomma “lavori piacevoli e interessanti”, con i quali ci sia “possibilità di far carriera”: questo è quanto sogna il 78% dei nostri ragazzi in procinto di affrontare la questione occupazionale. Le conseguenze? Nessuna fretta di “buttarsi”; una certa rapida inquietudine se l’ambiente prescelto non corrisponde ai sogni; pochi problemi a cambiare, a cercare di meglio. Anche a smettere, aspettando occasioni migliori. Perché non nascondiamocelo: oltre il 90% di loro vive in contesti in cui non ci sono ansie nel mettere assieme pranzo con cena.
La prova provata è un’altra: l’età media dell’“indipendenza abitativa” degli italiani è di 30,1 anni. La più alta in Europa. Le ragioni sono tante, ma è chiaro che si esce di casa solo se si hanno i mezzi per farlo. E per tante altre ragioni (si pensi alla rarefazione dei matrimoni e al crollo delle nascite), è un dato che non stimola a festeggiare.