Fatti
Il governo prosegue il suo percorso sul doppio binario: sicurezza e conti pubblici. I due ambiti finora si sono almeno apparentemente bilanciati. I conti pubblici non offrivano possibilità di manovra se non assai limitate, sul fronte della sicurezza, invece, era possibile intervenire con operazioni a maggior impatto, se non altro a livello di opinione pubblica. A un anno o poco più dalle elezioni politiche – appuntamento che, passato il referendum, monopolizza l’attenzione dei partiti di maggioranza e di opposizione – il già precario equilibrio sta venendo meno, anche o forse soprattutto per l’andamento del quadro internazionale.
Sul versante economico, la presentazione del Documento di finanza pubblica è stato al centro di polemiche molto aspre perché l’obiettivo di uscire in anticipo dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo è stato mancato per un soffio: un decimale o poco più nel rapporto tra il deficit e il Pil, l’indicatore che misura la crescita. Uno scarto così limitato che la stessa premier è arrivata ad alludere a “manine” che avrebbero lavorato sui dati in senso negativo. Polemiche contabili a parte, il vero problema strutturale della nostra economia è lo stesso da molti anni e travalica governi e legislature: i bassissimi livelli di crescita. Il vigoroso rimbalzo dopo il Covid, alimentato anche dagli eccezionali fondi del Pnrr e dal doping del Superbonus edilizio, ci ha illusi per qualche tempo, ma ora, oltre che con la congiuntura internazionale drammaticamente sfavorevole, dobbiamo fare i conti con la fine del Piano e il rammarico di non aver sfruttato adeguatamente la pioggia di finanziamenti arrivati dall’Europa. Il magro +0,6 del Pil stimato per quest’anno è comunque il risultato della coda del Pnrr, per l’anno prossimo bisognerà essere consapevoli che si parte dal -0,4%. Il dibattito sullo scostamento di bilancio a cui ricorrere per attivare risorse (tanto più nell’anno prima del voto) è figlio di questa consapevolezza. Solo che al sistema Italia sarebbero necessarie riforme strutturali, non altri provvedimenti tampone o a scadenza elettorale. E quando si chiama in causa la Ue per avere maggiore elasticità nella spesa pubblica – elasticità che pure avrebbe una sua ragionevolezza – non bisogna dimenticare l’occasione in buona misura perduta del Pnrr.
Sul versante della sicurezza, i margini di manovra sono più ampi e sembra quasi che il maggior pericolo per il governo derivi da sé stesso e dalla sua maggioranza, come ha dimostrato la vicenda della legge di conversione dell’ultimo decreto, corretta acrobaticamente da un ulteriore decreto in simultanea con la promulgazione. Ma come dimostra anche quanto sta accadendo negli Usa, l’enfasi sulla dimensione securitaria intesa in senso poliziesco o penale non può essere illimitata senza provocare contraccolpi interni. In un certo senso anche l’esito del referendum sulla giustizia va in questa direzione. Si può cavalcare finché si vuole la paura, in larga parte indotta, per la presenza degli immigrati, ma alla fine agli elettori va offerta una prospettiva socio-economica realistica. E questo è il principale problema anche per le opposizioni.