Idee
Da dicembre 2025 è in libreria la nuova opera di Andrea Ferrazzi, Il futuro ad alta quota. Montagne, aree interne, periferie. La rivincita dei luoghi che vogliono contare (edizioni Rubbettino, 216 pagine). Giornalista, dal 2016 direttore generale di Confindustria Belluno Dolomiti, Ferrazzi offre al lettore una riflessione arguta e lungimirante sul destino delle terre alte e delle aree interne, proponendo una lettura che intreccia economia, società, cultura e visione politica. Il suo ragionamento parte da un presupposto: «Le montagne e le aree interne italiane sembrano lontane da tutto. Lontane dalle città, dalle grandi decisioni, dal futuro che corre veloce. Eppure è proprio lì, nei luoghi considerati marginali, che si gioca una parte decisiva del destino del nostro Paese».
Lo sguardo dell’autore prende avvio dalla cittadina di Borgo Valbelluna (in provincia di Belluno) dov’è nato e cresciuto, per allargarsi a un’Italia fatta di montagne, valli, borghi, piccole comunità, città, province, offrendo un’analisi delle dinamiche sociali, economiche e politiche su scala nazionale. Ma non solo, si spinge oltre, a livello sovranazionale «perché tutte le aree montane e interne in generale, soffrono e vivono gli stessi fenomeni». Elemento chiave del suo pensiero è la cosiddetta economia della conoscenza, richiamata in diverse parti dello scritto, riconosciuta come il paradigma dominante del nuovo millennio. In questo paradigma la crescita economica si concentra nei grandi poli urbani internazionali – Milano, Parigi, Berlino, Londra, Shanghai e altri – capaci di attrarre talenti, innovazione e capitali finanziari. Il resto dei territori, comprese molte città di media dimensione e i distretti industriali tradizionali, rischiano di assumere una posizione periferica o subalterna. Questo fenomeno non è solo economico, ma produce effetti sociali e politici profondi: per l’esperto contribuisce allo spopolamento delle aree interne, all’invecchiamento della popolazione, alla fuga dei giovani, alla riduzione dei servizi e alla perdita di centralità economica e simbolica, alimentando nuove forme di disaffezione e protesta. In questa prospettiva, l’economia della conoscenza non è solo un modello produttivo, ma un fattore che ridefinisce profondamente la geografia dei territori e il loro ruolo all’interno dei nuovi equilibri globali.
Il focus del libro si fonda sulla dicotomia tra nostalgia e fiducia. Nei territori dove prevale la nostalgia, le persone tendono a chiudersi in una dimensione di conservazione e rimpianto, incapace di generare innovazione e di guardare al futuro con slancio. «Qui entra il fattore emotivo: il mancato riconoscimento sociale del lavoro che conduce a sentirsi esclusi dal progresso e dal poter pensare il proprio futuro, diventa fonte di risentimento, di sfiducia e soprattutto di nostalgia. Questo porta le persone e le comunità a vivere il cambiamento come una minaccia e non come un’opportunità. Il timore spinge a trovare un rifugio nella nostalgia che poi è alla base dei programmi elettorali di tutte le forze populiste antisistema e a volte antidemocratiche. Dove prevale la nostalgia, i territori tendono a chiudersi in una dimensione di conservazione e rimpianto, incapace di generare innovazione. Se si vive il cambiamento come minaccia si tende anche a non fidarsi più gli uni degli altri, a perdere il senso di comunità: viene meno quel fattore fondamentale del capitale sociale che è la fiducia».
Lo scrittore mette in chiaro che al contrario, dove si sviluppa un clima di fiducia, ricostruendo i legami comunitari, si attivano energie sociali, imprenditoriali e culturali che rendono possibile una rinascita: «La contrapposizione che emerge in diverse parti del libro, e che ne è il fil rouge, è tra la nostalgia e la fiducia».
A detta dell’autore però la condizione di marginalità non è irreversibile: Ferrazzi invita a superare una narrazione esclusivamente negativa, mostrando come proprio da quei luoghi “ai margini” possano emergere nuovi modelli di sviluppo con innovative forme di economia legate a un turismo sostenibile, a imprese diffuse, a un’agricoltura all’avanguardia, a un nuovo welfare di comunità e quindi allo sviluppo di una rinnovata economia della conoscenza. Il testo propone una visione orientata al cambiamento, partendo dal fatto che le aree periferiche possono tornare centrali se riescono a costruire veri e propri «ecosistemi della conoscenza», capaci di mettere in rete competenze, istituzioni e capacità progettuali. Questo significa passare da un sistema territoriale tradizionale a un ecosistema integrato in cui imprese, istituzioni, scuole, università e centri di ricerca collaborano per generare innovazione, attraendo risorse e capitale umano. «Va trasformato un sistema o un distretto, in ecosistema e l’economia industriale in economia neoindustriale. Ciò avviene favorendo lo sviluppo delle competenze, attivando nei territori anche periferici, centri di alta formazione, business school, istituti tecnologici superiori (Its) e promuovendo processi di open innovation attraverso l’attrazione di nuove start-up. È inoltre fondamentale che le grandi aziende diventino piattaforme di innovazione a disposizione delle filiere produttive, per innestare nell’industria nuove conoscenze e moderne tecnologie».
Non si tratta di stravolgere l’identità dei territori, ma di valorizzarne le specificità, aggiornandole alla contemporaneità. Un esempio significativo è quello dei distretti industriali (come l’occhialeria bellunese), che per restare competitivi a livello globale, devono affrontare la sfida della transizione tecnologica e digitale.
L’autore conclude ricordando che «i territori considerati ai margini oggi possono tornare a essere attrattivi e competitivi a prescindere da dove si trovano; la geografia non è il loro destino». Ed un auspicio per il territorio bellunese: «Che tra alcuni anni non sia solo vivo, ma vivace, animato da nuove energie. Il mio sogno è di vedere la provincia che sia attrattiva per i giovani di tutto il mondo».

Le montagne e le aree interne italiane stanno vivendo un destino segnato: spopolamento, declino, marginalità. Ma proprio da questi luoghi dimenticati può nascere una nuova idea di progresso. È questo lo stimolo ricercato in “Il futuro ad alta quota” di Andrea Ferrazzi (edizioni Rubbettino, 216 pagine, dicembre 2025). Il libro racconta la frattura che divide nostalgia e fiducia: dove domina la nostalgia il tempo si ferma, le comunità si chiudono, l’innovazione arretra. Dove invece cresce la fiducia, fioriscono imprese, creatività, nuove forme di vita e di sviluppo. Questo libro smonta i luoghi comuni sulla montagna come periferia senza speranza e la restituisce come laboratorio del domani, capace di attrarre giovani, idee e energie nuove. Un invito a chi vuole scommettere sulla forza dei margini per ridisegnare il futuro del Paese.