Idee
“I giovani vogliono lavorare per vivere e non vivere per lavorare” è uno delle conclusioni di una ricerca che ha coinvolto novemila giovani tra i 18 e i 29 anni in nove Paesi di quattro continenti. Non c’ è il rifiuto del lavoro ma c’è il rifiuto di un modello di lavoro che occupa quasi tutto se non tutto lo spazio della vita. La ricerca condotta dall’istituto spagnolo di sondaggi Gad3 rientra nel progetto “Footprints. Young People: Expectations, Ideals, Beliefs (“Impronte. Giovani: Aspettative, Ideali, Convinzioni”) avviato nel 2022 da un Gruppo di ricerca internazionale e interdisciplinare della Pontificia Università della Santa Croce che ha sede in Roma. L’obiettivo del progetto è l’ascolto dei giovani per comprendere meglio i loro valori, aspettative e speranze mediante.
Il 14 maggio è stata presentata la seconda fase della ricerca che rivela o conferma nella Generazione Z – i nati tra la fine degli anni ’90 e i primi dieci anni del Duemila – la volontà di cercare e trovare il senso delle scelte professionali tenendo conto delle diverse dimensioni dell’essere umano e cercando un dialogo permanente tra loro per dare dignità al lavoro.
Un dato significativo che emerge dalla ricerca dice che un giovane su due rinuncerebbe a un lavoro stabile e ben retribuito qualora dovesse essere svolto in un ambiente percepito come tossico sia per il fisico come per lo spirito.
Su questo punto sono chiamati a riflettere quanti di fronte al rifiuto da parte dei giovani di un lavoro che non consente respiro: verrebbe smentito il giudizio negativo che si colora di aggettivi come scansafatiche, sdraiati, ingenerosi. In alcuni casi possono anche esserci delle ragioni valide per ricorrere a queste aggettivazioni ma la ricerca dell’Università Santa Croce porta a conclusioni che mettono in evidenza nei giovani una ricerca a più livelli del senso del lavoro e non una loro fuga dalla fatica e dalla responsabilità.
Ad esempio, per l’87% degli intervistati la formazione è ritenuta indispensabile ma le competenze non possono essere solo quelle tecniche: da qui il sì a una formazione integrale che consenta di non spegnere l’intelligenza umana di fronte alle intelligenze non umane, compresa quella artificiale.
Emerge inoltre dalla ricerca che sanità, istruzione e ingegneria sono i campi nei quali i giovani parlano di “vocazione professionale” incrociando spesso questa sensibilità con valori umani e anche con il tema della fede.
Si aggiunge l’esigenza che le dimensioni spirituali non siano lasciate fuori dalla porta dei luoghi di lavoro o strumentalizzate a favore di bilanci ed extraprofitti.
La ricerca dell’Università Santa Croce, svolta in Paesi ricchi, Paesi poveri e Paesi in via di sviluppo, ripropone agli adulti una visione del lavoro e dell’economia che non escluda dalle regole e dai criteri di sviluppo la dimensione umana o la consideri un accessorio facoltativo. Ancora una volta i giovani che gli adulti, come spesso affermano, vorrebbero accompagnare verso la maturità diventano invece coloro che accompagnano gli adulti perché non smarriscono il senso lavorare per vivere.