Idee
Sabato 23 maggio è la Giornata della legalità. La ricorrenza, fissata nell’anniversario della strage di Capaci del 1992, vuol essere un incoraggiamento ad agire rettamente, nonché un’occasione di riflessione sulla nostra società. A partire dal Veneto, sia a livello istituzionale che dei singoli cittadini.
Per Maurizio Dianese, giornalista autore di molteplici reportage sulle mafie a Nordest, fondatore e presidente in carica del Centro Pavone di Dolo che si occupa di documentazione, studio e ricerca dedicato all’analisi della criminalità organizzata in Veneto, c’è poco da stare allegri: «Vedo da tempo una vera e propria narcolessia della classe politica – accusa – Anzi, per certi versi la percezione è peggiorata sull’entità dei reati dei “colletti bianchi”: se commessi con una certa frequenza, sono sintomo di corruzione e presenza mafiosa. E non si può più parlare neppure di infiltrazioni mafiose, si tratta di radicamento».
Uno scenario poco lusinghiero che si tende a minimizzare. «Cercano di salvarsi tutti dicendo che sono poche mele marce. Ma nel corso delle ultime indagini nel nostro territorio regionale è emerso che almeno il 30 per cento degli indagati è veneto, o perlomeno nato e residente qui da tempo. Purtroppo, Felice Maniero aprì un’autostrada per l’arrivo della malavita organizzata da noi. Con il tempo si sono insediate anche potenti mafie straniere, come quella nigeriana per lo spaccio di eroina, quella albanese per la cocaina e quella cinese nella gestione del credito. Consideriamo addirittura che, in ambiti come il traffico dei rifiuti, il pentito della camorra Nunzio Perrella affermava di venire in Veneto per “imparare” e non per insegnare. Come la mettiamo?».
In questo scenario poco lusinghiero in quanto a consapevolezza generale, Dianese punta nuovamente il dito contro una certa politica: «Si sveglia cinque giorni all’anno, quando arrestano qualche criminale di un certo livello. Ma non basta fare i complimenti alle forze dell’ordine, una volta portati a compimento determinati misfatti il danno è grave se non irreparabile. Qui, peraltro, avevamo uno dei presidenti di Regione più amati d’Italia che non poteva partecipare a convegni sul tema. Il motivo? La presenza contemporanea ad altre manifestazioni come “Griglie roventi”». Ma Dianese ne ha anche per il giornalismo: «Neppure su questo fronte siamo messi bene, manca l’humus. Bisogna perciò tornare nelle scuole, prima in quelle dell’obbligo e alle superiori, poi all’università». A beneficio della società civile. «Qui al Centro Pavone interagiamo con almeno 250 studenti all’anno».
Gli fa eco Andrea Massariolo, pure giornalista, che del Centro Pavone è direttore: «Le giovani generazioni sono la base da cui ripartire, per noi come pure per associazioni come Libera e Avviso Pubblico. Sicuramente c’è un problema diffuso di percezione: non solo è stata raccontata male la vicenda di Maniero, una vera e propria forma di crimine organizzato autoctono, ma non si sente più parlare di mafie. In un nostro recente incontro, abbiamo provato perciò a portare un nuovo tipo di narrazione, usando non più il termine “infiltrazione” bensì “integrazione con il territorio”; penso ai Casalesi di Eraclea o al clan Giardino di Verona, presenti in quelle città da oltre trent’anni».
Moderatamente ottimista è Vittorio Borraccetti, ex magistrato padovano, ora in pensione dopo numerosi incarichi di rilievo (tra cui quello di membro del Consiglio superiore della magistratura). «Il 23 maggio nel ricordo di Giovanni Falcone ha per presupposto la diffusione di una maggiore consapevolezza generale sul tema della legalità». Anche per Borraccetti occorre fare un discorso a 360°: «Non si tratta solo di reprimere le condotte contro il Codice penale, bensì di considerare in maniera molto più ampia i diritti delle persone – spiega – Vanno rilanciate tutte le azioni di tutela verso chi esercita potere ad agire nel rispetto delle leggi. In altre parole, si deve fare prevenzione. Anche perché, una volta che i delitti vengono messi in atto, è difficile tornare indietro: le ricadute sull’economia e sulla società possono essere notevoli. Del resto, i gruppi criminali che commettono determinati delitti lo fanno principalmente per acquisire soldi e potere. Il problema, rispetto al passato, è che cercano di farlo sotto traccia, senza omicidi o altri atti eclatanti. Un esempio è la questione dei rifiuti e come hanno cercato di gestirlo».
Borraccetti preferisce comunque evitare visioni troppo drastiche: «Il lavoro fatto negli ultimi 10-15 anni per sensibilizzare e mobilitare l’opinione pubblica ha dato i suoi frutti: la soglia di attenzione resta alta, tra tante istituzioni come pure in ogni ramo professionale. Questo, senza creare eccessivi allarmismi ma diffondendo fiducia tra la gente. E cercando, nel frattempo, di ridurre il rischio di comportamenti sbagliati a ogni livello».
Legalità è anche tenere a bada la corruzione, impegno quanto mai urgente per chi ha lavorato nel settore pubblico-giuridico. «Tutti vogliono semplificare. Capisco che un certo tipo di burocrazia crei disagio, ma non si possono saltare certi passaggi fondamentali».

La Giornata della legalità è una ricorrenza nazionale, istituita nel 2002 e che si celebra il 23 maggio di ogni anno, per commemorare le vittime di tutte le mafie e in particolare ricorda la strage di Capaci avvenuta il 23 maggio 1992, in cui morirono il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.