Idee | Lettera.D
La cronaca ci sta rendendo insensibili al male, in particolare alla violenza di genere e tra generazioni. Le violenze contro vittime inermi vengono da molti considerate normali e inevitabili. Erode e Caino assumono, anche oggi, i volti insospettabili del male oscuro. Gli abusi e i maltrattamenti sono all’attenzione degli operatori sociali, sanitari, educativi, sportivi, della giustizia… I risultati di questa attenzione si misurano con numerose raccomandazioni, linee guida, rapporti in cui prevale la cultura del dire e non del fare. Chi insiste sull’urgenza di affrontare queste sfide si scopre in minoranza.
Ripercorrendo la ricerca di soluzioni, scopriamo che da molti anni il problema è ben definito nelle analisi tecniche: maltrattamenti fisici e psichici, abbandono, assenza di cura, carenze educative, strumentalizzazione dei figli, abusi sessuali intra ed extra familiari, iniziazione alla prostituzione, droga, spaccio… costringendo le giovani vittime alla schiavitù del silenzio. Alfredo Carlo Moro, nel libro Erode fra noi (1988) raccontava i volti del male oscuro, in famiglia, a scuola, nello sport, nell’associazionismo, nelle istituzioni pubbliche e sociali, nel mercato di esseri umani, segnalando l’urgenza di riconoscerli, contrastarli e abbattere il muro del silenzio.
Gli avvocati di famiglia ci dicono che le mura domestiche nascondono molte conflittualità familiari, incapacità genitoriali, violenze ed eccessi di protezione… dove i più piccoli subiscono sofferenze dirette e indirette. Fuori della famiglia, il male oscuro è nei luoghi dell’educazione, nel gioco, nel tempo libero, nelle realtà virtuali. Gli attori sono persone insospettabili, di cui ci si può fidare. Utilizzano, in modi perversi, il potere di violare giovani vite che dovrebbero proteggere e promuovere.
Studi recenti sulle conseguenze esistenziali, psicologiche e biologiche concordano sul fatto che queste sofferenze non si rimarginano, sanguinano per tutta la vita, provocando anche danni biologici. Nei casi più gravi si riproducono nel patrimonio genetico delle vittime che li trasmettono alle generazioni successive. È tremendo, ma accade. È un’ulteriore ragione per definirli “crimini ingiustificabili”. Emergono da denunce coraggiose, nella speranza che “non possa più accadere”. Chi le riceve le intende soprattutto come richieste di aiuto per convivere con il dolore. L’aiuto è fondamentale, ma non basta.
Papa Francesco più volte ha chiesto perdono e incontrato le vittime nei suoi viaggi pastorali. Nel 2024 a Bruxelles ha parlato di «vergogna» e sostenuto che «oggi tutti noi dobbiamo chiedere perdono». Con il suo coraggio ricordava a tutti, anche alle istituzioni civili, che sono responsabili degli spazi di vita sociali. Non basta chiedere perdono, se poi non seguono azioni concrete per costruire socialità sicure. Purtroppo, le istituzioni non chiedono perdono delle loro inadempienze, mentre molti abusi e maltrattamenti avvengono nelle loro giurisdizioni, in modi diretti e indiretti. Quelli indiretti sono subdoli, perché nascono da vuoti di responsabilità, inerzie, lungaggini, burocratizzazioni, conflitti di competenze… che impediscono di attivare tutele professionali tempestive. I garanti dell’infanzia da tempo denunciano questi rischi che nel tempo hanno assunto i caratteri di patologie organizzative e di maltrattamenti istituzionali.
La ricerca di soluzioni si sta concentrando nella costruzione di “luoghi sicuri”, spazi fiduciosi dove coltivare la vita. Per ora sono piccoli cantieri. Serve coraggio per andare oltre il “raccomandare senza fare”, che caratterizza numerosi programmi istituzionali di tutela dell’infanzia. Non siamo all’anno zero e la cultura della sicurezza solidale si sta facendo strada. L’abbiamo visto, come Fondazione Zancan, in un sistema di gestione di sport acquatici, con attori che hanno condiviso attenzioni necessarie per renderli sicuri, insieme con genitori, figli, allenatori. Il loro dialogo ha contribuito a trasformare tante “responsabilità individuali” in un “sistema di fiducia condiviso”, per sentirsi insieme responsabili del bene da garantire.
La raccolta di esperienze ci ha portato a guardare ad altri Paesi, perché la cura della vita non ha confini e il meglio si ottiene componendo le capacità multiculturali. Lo sanno i giovani con cui dialoghiamo. Rivendicano il diritto di contribuire allo sviluppo di soluzioni. La loro priorità è vivere, non sopravvivere. Sintetizzano così il problema e la soluzione: la cura reciproca è una scuola di rispetto e democrazia, in luoghi sicuri dove si può esprimersi, ascoltarsi, crescere insieme, diventando esploratori di nuova umanità.
Per approfondire
Il numero monografico 6/2025 di Studi Zancan – scaricabile a questo link e sul sito fondazionezancan.it – è interamente dedicato ai Crimini contro la vita.