Fatti
Povera Repubblica. Neanche l’ottantesimo anniversario del referendum che ne ha sancito la nascita riesce a riportare un po’ di spirito costituente nei rapporti tra le forze politiche. Beninteso, per spirito costituente si intende quell’attitudine a costruire insieme le regole del gioco democratico che segnò gli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale. Non un facile unanimismo: dal referendum costituzionale del 2 giugno 1946 al dibattito nell’assemblea che doveva varare la nuova Carta fondamentale, furono tempi di conflitto aspro e a viso aperto. Anche allora il tema della politica estera risultava fortemente divisivo. Anzi: era il tema divisivo per eccellenza perché si trattava di compiere una scelta di campo epocale. Tuttavia l’operazione Repubblica andò in porto nel migliore dei modi possibili nella situazione data. Sarà stato per merito della caratura dei protagonisti di quella stagione, forgiati dall’esperienza della guerra e dalla lotta contro le dittature, fatto sta che gli ottant’anni trascorsi ci hanno consegnato un Paese libero e avanzato sotto tanti profili, nonostante le inevitabili lacune e contraddizioni. Gli assetti costituzionali hanno retto alla prova di un mondo radicalmente cambiato, anche se un fisiologico aggiornamento c’è stato e dovrà continuare a esserci per la stessa salvaguardia dei valori in cui tutto sommato gli italiani hanno dimostrato di credere. L’esito del referendum sulla giustizia è stato veramente eloquente e la stessa circostanza che il voto amministrativo abbia consegnato a distanza ravvicinata un risultato di segno non omogeneo, dimostra in un certo senso come la consultazione referendaria abbia mobilitato energie non riconducibili in modo esclusivo alle appartenenze di partito.
Se la forzatura sulla separazione delle carriere dei magistrati non ha funzionato – al di là del merito dei quesiti – ora ci risiamo con la riforma elettorale. Una normativa di rilevanza decisiva per gli equilibri istituzionali della Repubblica, anche se formalmente non si tratta di una riforma costituzionale, tant’è vero che la materia non richiede la procedura speciale prevista dall’art.138 della Carta per le sue modifiche. I padri costituenti, pur avendo individuato dei criteri esigenti che la Consulta ha puntualmente evidenziato nella sua giurisprudenza, non hanno fissato uno specifico sistema elettorale. All’epoca il proporzionale riscuoteva ampi consensi anche in reazione alle strettoie del fascismo e con il proporzionale fu eletta l’assemblea costituente, come organismi di questo genere evidentemente richiedono. Ma nella Carta non c’è un vincolo che impone questo o quel sistema. Opzione lungimirante che ha consentito innumerevoli adattamenti (il primo tentativo di riforma elettorale è del lontano 1953), anche se nel tempo le modifiche hanno assunto un ritmo parossistico che non ha eguali nei Paesi dell’Occidente democratico. Al punto che oggi qualcuno si domanda se non sia il caso di “costituzionalizzare” il sistema elettorale. Intanto però sarebbe più che sufficiente adottare con convinzione il metodo costituente, ma purtroppo l’aria che tira va in tutt’altra direzione.