Fatti
E’ un’Europa bifronte quella che piace al governo italiano. Rigida con i migranti, flessibile con la spesa pubblica. I fatti degli ultimi giorni sono eloquenti. Il Consiglio dei ministri ha varato un decreto legge che opera l’ennesima stretta sul fronte soprattutto dei richiedenti asilo. Certo, si tratta di un’accelerazione (un disegno di legge di contenuto affine è da tempo all’esame del Parlamento) che è funzionale all’entrata in vigore delle nuove regole del Patto europeo sulla materia. Si potrebbe parlare di un atto dovuto, quindi, anche se poi il modo concreto di declinare norme generali fa la differenza in misura spesso decisiva. Comunque il nostro governo ha rivendicato con entusiasmo l’operazione (“una rivoluzione copernicana”, l’ha definita il ministro Piantedosi), descrivendola come una sostanziale attuazione del modello italiano.
Quasi contestualmente l’esecutivo ha ottenuto da Bruxelles una robusta deroga (nell’ordine dei 14 miliardi) ai vincoli di bilancio nel comparto della spesa energetica. Del resto – e qui il governo italiano aveva ragione da vendere – sarebbe stato ben strano vedersi rifiutare la flessibilità riconosciuta a tutti per le spese sulla difesa. Ma il risultato non era affatto scontato e il nostro esecutivo adesso ha buon gioco nel presentare questo passaggio come un successo, anche se teoricamente i margini di spesa ottenuti dovrebbero essere utilizzati per quegli investimenti “green” contro cui finora la maggioranza ha fatto le barricate e non per interventi tampone come il taglio delle accise. Tuttavia non è difficile immaginare che manovrando tra le poste di bilancio sia possibile ricavare la possibilità di un utilizzo più sciolto delle risorse liberate. Vedremo presto in che maniera, anche perché sarà necessario un passaggio parlamentare per autorizzare gli scostamenti e chiarirne la destinazione.
Dopo di che l’Italia dovrà sempre fare i conti con il peso del suo debito extralarge, dato che la flessibilità ottenuta riguarda comunque risorse da restituire con gli interessi. Ma sotto questo profilo i tempi hanno una rilevanza fondamentale. Nell’analizzare le dinamiche politiche di questa fase non bisogna mai dimenticare che l’orizzonte di tutte le forze politiche – non solo di quelle della coalizione di maggioranza, beninteso – è rappresentato dalle politiche del 2027 e che il governo ha bisogno ora di un margine di bilancio per la prossima manovra economica, quella con cui si presenterà agli elettori senza più la spinta del Pnrr. Quel che accadrà dopo il voto si vedrà. E’ la logica di corto respiro a cui purtroppo ci ha abituato la politica italiana e che anche un governo dalla longevità record come quello attuale ha finito per adottare, pur conservando una certa misura nelle scelte compiute fino a questo momento.
Nel campo delle opposizioni sembrano prevalere ancora le preoccupazioni per gli assetti interni allo schieramento. Non che nel centro-destra manchino le tensioni in questo senso. Il problema numero uno è il ruolo dell’ex-generale Vannacci e non è solo un problema soltanto numerico perché ne va della natura stessa della coalizione. Ma almeno la leadership è chiara, mentre sul versante opposto il problema del posizionamento politico-culturale si intreccia con la questione del candidato premier ed è una questione ancora tutta da definire.