Idee
Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo entra pienamente in vigore nei 27 Stati membri dell’Unione Europea da venerdì 12 giugno e rappresenta la più grande riforma delle politiche migratorie europee dagli anni del Regolamento di Dublino del 1997. È un pacchetto di norme approvato nel 2024 con l’obiettivo dichiarato di rendere più «ordinata, rapida ed efficiente» la gestione delle migrazioni e delle richieste di protezione internazionale.
Nei giorni scorsi si è riunito a Verona il Coordinamento immigrazione Triveneto, con la presenza di varie delegazioni delle Caritas del Nordest e di Oliviero Forti, responsabile dell’Ufficio politiche migratorie e protezione internazionale di Caritas italiana, proprio per parlare del nuovo Patto europeo. Ci si chiede quali novità porterà, se permetterà di trattare i fenomeni migratori come elementi strutturali della società e non emergenziali e se si arriverà ad avere politiche migratorie europee uniformi in ogni Paese.
«Per chi lavora nel settore – spiega Forti – è uno sconvolgimento totale rispetto al passato, perché avremo un quadro normativo di riferimento completamente rinnovato e quindi nella pratica le Caritas diocesane, che sono molto impegnate nella gestione dei rifugiati e richiedenti asilo, dovranno ridefinirsi rispetto anche alla quotidianità. Abbiamo avviato come Caritas italiana un lavoro sui territori per spiegare i punti cardine del Patto e per incominciare a formare gli operatori su tutti gli atti legislativi che lo compongono».
Quali sono le novità principali rispetto alla situazione attuale?
«Il sistema europeo di asilo era considerato in crisi ormai da anni, soprattutto dopo il 2015. Il vecchio Regolamento di Dublino scaricava gran parte della responsabilità sui Paesi di primo ingresso, come Italia, Grecia e Spagna. Il nuovo Patto prova a costruire un sistema più uniforme tra gli Stati europei, introducendo procedure comuni, nuovi controlli alle frontiere e un meccanismo di solidarietà tra i Paesi membri. Noi abbiamo avuto tempo per analizzare le nuove norme, perché sono state approvate nel 2024. La previsione è che sarà un Patto tendenzialmente più restrittivo rispetto al passato e quindi potenzialmente potrebbe avere dei risvolti negativi sui diritti dei migranti e dei rifugiati, a partire da quella che è l’attività di controllo alla frontiera, per arrivare all’accoglienza nelle nostre città. Quindi su questo è bene conoscere in profondità il Patto per poi arrivare attrezzati nella quotidianità».
Quindi c’è il rischio di assistere ad altri casi come il centro di accoglienza italiano in Albania o l’idea inglese di trasportare in Ruanda i migranti irregolari giunti nel Regno Unito?
«Direi che non è da definire un rischio tutto ciò, ma ormai è realtà! E infatti c’è proprio un’indicazione specifica all’interno del Patto che promuove appunto questa pratica delle cosiddette piattaforme di sbarco nei Paesi terzi, praticamente il caso Albania. Quindi c’è proprio l’idea concreta di programmare questa forma di accoglienza. Chiaro che, se accadrà, dipenderà molto dalle capacità economiche di ciascuno Stato e dalla volontà politica del momento».
Occorre attendere per capire cosa accadrà.
«Stiamo parlando di un Patto che ha questo nome proprio perché è un accordo tra i vari Paesi dell’Unione Europea sulla gestione migratoria ed è chiaro che si è raggiunto con grande difficoltà, ma in un contesto politico peculiare, dove tendenzialmente siamo di fronte a governi di destra che condividono una certa visione. Ma non è detto che un domani tutto quello che c’è scritto avverrà o non avverrà. Dipende da tanti fattori. Probabilmente quest’idea di aprire piattaforme di sbarco, come la “nostra” Albania, verrà abbandonata, anche perché costosa e disfunzionale. Ma non si può sapere. Certamente un po’ tutto il Patto può essere discusso, anche se contiene delle previsioni al suo interno interessanti: a tratti, ad esempio, offre maggiori garanzie a determinate categorie di richiedenti asilo, soprattutto a quelli vulnerabili. Dall’altro però ha tutta una serie di procedure molto stringenti nelle tempistiche, nella modalità di implementazione, che mettono a rischio la tenuta dei diritti di queste persone».
Ci sono elementi discordanti, quindi.
«Diciamo che nella lettura del Patto emerge una tensione costante tra la volontà di stringere il più possibile e dall’altro lato di garantire comunque i diritti delle persone. Ed è in questo che noi vediamo la maggior criticità. Perché evidentemente se l’Europa procede nel senso di scoraggiare le migrazioni, non basta che poi chi “vince la lotteria” e riesce ad arrivare nel continente abbia maggiori garanzie. Perché a noi interessa che tutti quelli che hanno diritto all’asilo possano goderne, si tratta di un diritto soggettivo e con questa modalità molti rimarranno esclusi, rischiando di trovarsi in situazioni complicate perché verranno accelerati i rimpatri alla frontiera. Oppure i migranti potranno essere mandati anche in Paesi diversi da quelli d’origine. C’è tutto un carico di previsioni che è preoccupante».
L’elemento positivo sta nel fatto che il fenomeno migratorio non viene più trattato come un’emergenza.
«Certo, questo è l’obiettivo, insieme a quello di riordinare il sistema europeo. Questo significa che chi entra in Estonia dalla Bielorussia o chi entra in Grecia dalla Siria, deve trovare un sistema che gli garantisce gli stessi diritti, le stesse procedure, le stesse modalità e gli stessi tempi. Anche in Italia sarà così: lo stesso trattamento per tutti, che un migrante arrivi dal mare, da Ventimiglia o da Trieste. Questo sulla carta. Poi le capacità dei singoli Stati differiscono, quindi la vera sfida è capire poi la concretezza del Patto. Sulla carta è tutto chiaro. Poi, nei fatti, bisogna scontrarsi con mancanza di risorse, di personale specializzato, di strutture, perché è questo che si registra in alcuni Paesi. Immagino già una Baviera super performante nell’implementazione e una piccola isola di Cipro in grande difficoltà».
Come si sta muovendo Caritas italiana rispetto alla promozione dell’accoglienza e dei corridoi umanitari?
«Siamo in stretta interlocuzione con il Governo italiano che ci ha contattato più volte per implementare questo Patto e ha bisogno del contributo della società civile. Si sta parlando di aiuti in termini di strutture, di personale, di organizzazione. È chiaro che, come Caritas, siamo sempre stati disponibili e continueremo a essere in dialogo. Però abbiamo sottolineato che ci fermiamo laddove vediamo che determinate procedure o attività possono mettere a rischio i diritti dei rifugiati. Invece, laddove ci saranno le migliori condizioni per lavorare insieme, noi ci saremo».